[INTERVISTA] Kiave: l’arte del raccontare storie

Chiacchierata a tutto campo con Mirko Kiave, tra freestyle e storytelling.

di Filippo Santin  –  “Hip Hop’s greatest storyteller”: così viene considerato Slick Rick, uno dei primi ad aver usato il rap per narrare delle vere e proprie storie. Oggi fa strano guardare la copertina del suo ultimo album, “The Art of Storytelling”, uscito nel ’99, dove si vede il rapper scrivere con una penna d’oca su una pergamena. Quell’immagine sembra quasi significare che nel rap l’arte di raccontare storie, appunto, sia stata relegata nel passato.

Non è così per Kiave: rapper cosentino in attività da quasi vent’anni. Alcuni hanno avuto modo di conoscerlo grazie alla sua partecipazione a MTV Spit; altri invece lo seguono da più di un decennio, ovvero dai tempi in cui era parte della crew Migliori Colori, da quando uscì il suo primo disco solista “Dietro le cinque tracce”, o da quando partecipò al 2theBeat.

Il suo ultimo disco “Stereotelling” è uscito da qualche mese. Ne abbiamo parlato in questa intervista per scoprire anche se, nel rap, l’arte del raccontare storie sia davvero andata perduta oppure no. 

Kiave

Ciao Kiave. È da poco uscito il tuo quarto album solista, “Stereotelling”. A distanza di qualche mese, come credi sia stato recepito dai tuoi ascoltatori? So che, tra l’altro, al momento sei in tour.

“Ciao a te. Mi rendo conto di non essere un artista che fa dischi semplici, quindi ogni mio disco viene recepito in modalità “assorbimento lento”. Non ha un boom iniziale, ma viene capito gradualmente. Questo aspetto della mia musica mi piace perché mi permette di girare tanto senza avere la pressione o la fretta di scrivere subito qualcosa di nuovo; quindi, vivendo nuove esperienze, accumulo temi e obiettivi da sviluppare nei prossimi lavori.

Ora siamo in tour, e durante le serate, guardando la gente, toccandola, ti rendi conto molto meglio di quello che succede con un tuo prodotto; molto di più rispetto alla percezione che possono offrire i social o il web in generale. Qualcuno è rimasto sorpreso, inizialmente, dal mio cambiamento di sonorità e anche di approccio alla nobile arte dell’MCing, ma ora hanno capito, e tutto scorre come deve. Non posso che ritenermi soddisfatto di questo. Riuscire a stupire dopo tanti prodotti e dischi non è facile.”

A proposito del titolo: la parola “Stereo” mi ha fatto pensare anche alla radio, intesa come oggetto, e all’amore che rapper come LL Cool J – giusto per citarne uno, che alla radio dedicò addirittura il nome di un album – le tributavano nelle loro canzoni, ormai decenni fa.

Pure tu senti oggi la mancanza di un “supporto fisico” a cui affezionarsi, per quanto riguarda la musica?

“Sì la sento, ma non sono uno di quelli che si fossilizza sul dire: era meglio prima, ora è tutto una merda. C’è un’evoluzione della musica, della tecnologia e di conseguenza anche dei supporti, e il trucco è fare pace con questo aspetto, nonostante vada ad intaccare i profitti e il lato economico del tuo lavoro. Io ho la fortuna di avere dei fan molto affezionati, che comprano il cd anche a scatola chiusa, quindi non posso lamentarmi. Ma mi piacerebbe che anche i trentenni continuassero a comprare i dischi, cosi da avere una degna eredità da lasciare ai propri figli.”

Il titolo del tuo album richiama lo “storytelling”, ovvero il “raccontare storie” – tendenza che nel rap degli ultimi anni è andata sempre più smarrendosi. Qual è il motivo, a tuo parere?

In una società dove tra l’altro, sembra un paradosso, si fruisce in larga parte di “piccole storie” (basti pensare al successo delle serie TV).

“Il motivo è che, secondo me, ormai la musica viene considerata come qualcosa di “usa e getta”, quindi la gente dedica poco tempo all’ascolto approfondito di essa, si ferma ai primi 40 secondi se va bene, mentre uno storytelling richiede tempo, attenzione, e se ha un plot ben specifico, la pazienza di arrivare alla fine per comprenderne la giusta stesura.

A me non interessa molto come la gente ascolta la musica, a me interessa dire qualcosa e raccontare qualcosa, ma più per un fatto di ispirazione e divertimento mio. Ho sempre amato gli storytelling e sono un fissato nerd di serie tv e libri, quindi penso sia automatica la mia attitudine. So di certo che là fuori c’è ancora qualcuno che dedica del tempo all’ascolto e che vive attraverso il racconto di qualcosa, tramite il Rap delle emozioni: ecco, la mia musica è per loro. Poi so che i numeri e il mainstream sono altro, ma io me ne sbatto abbastanza, faccio ciò che mi piace per la gente che capisce e vive la musica come la vivo io, come un tesoro a cui dedicare tempo per vivere meglio.”

Sempre a proposito del “raccontare storie”, credi che l’attuale bacino di utenza del rap italiano sia preparato ad ascoltare anche chi narra, appunto, delle storie – come fai spesso tu – oppure è più abituato a rapper che si lasciano andare a flussi di coscienza, senza un tradizionale schema di “premessa-argomentazione-conclusione”?

Visto che ami De Andrè voglio chiederti anche se, a tuo parere, l’ascoltatore medio italiano sia portato a credere che altri generi, magari più musicalmente riconducibili al “cantautorato” di un tempo, siano maggiormente adatti a raccontare delle storie rispetto al rap.

“Logicamente, per me, nulla come il rap è adatto a raccontare delle storie, proprio per la sua radice  e per il motivo per cui è nato e si è evoluto nel tempo. Il rap richiede un budget pari a zero per essere scritto, ma ha bisogno di una storia dietro. Ci sono tanti ragazzi, per strada, che hanno l’esigenza di farsi sentire e raccontare quello provano nella loro vita, quindi il rap gli offre un mezzo, una vera e propria arma per raccontare. Mi piacciono anche tanti cantautori che usano lo storytelling egregiamente, ma preferisco un rapper che ha qualcosa da dire.

Se dovessi fare un disco solo di punchline sicuramente venderebbe di più, ma potrei farlo in freestyle, senza l’impegno e la dedizione che un pezzo come “Storia di un impiegato” (tributo a De Andrè, fra l’altro) richiede. Chi lo sa, magari un giorno lo farò, ma appunto, ho il freestyle per quel tipo di rap, e ho la fortuna di saperlo fare anche bene; se scrivo un disco cerco altro, da me e da chi lo ascolta.”

Questo tuo ultimo lavoro vede la collaborazione del producer Gheesa, che ti accompagnerà in tour suonando gran parte delle strumentali di “Stereotelling”, usando ad esempio la tecnica del “finger drumming”, e strumenti come pad e MPC.

Come te, sempre più rapper durante i concerti non si accontentano più di un dj che faccia soltanto partire i beat, e invece preferiscono qualcuno che “suoni” davvero la loro musica – una vera e propria band, magari.

Cos’è che ti fatto cambiare approccio per quanto riguarda l’aspetto live?

Rappresenta anche un modo per allontanarsi da un certo tipo di rap esclusivamente “elettronico”, senza campioni, ed avvicinarsi a delle sonorità più vicine al funk ed al soul?

“Ho la fortuna di avere un’intera band in un solo uomo, cioè Gheesa. Dopo dieci anni di live solo col dj ti rendi conto che si può fare anche altro. Ci tengo a far si che il mio live suoni Hip Hop al 100%, quindi abbiamo sviluppato questa nuova formula con Gheesa, che già portava in giro questo tipo di live set con un altro rapper che stimo tantissimo: Barile. I campioni ci sono sempre ma sono rielaborati e ci permettono di creare situazioni diverse per ogni Live, cosi che se qualcuno ha l’opportunità di assistere a due date diverse del tour, rimane comunque stupito dalla caratterizzazione di ogni data. Ci stiamo divertendo, e anche la gente rimane sorpresa da questo approccio. Siamo molto contenti di come stanno andando le date.”

Alla tua età, hai avuto maniera di vivere varie fasi dell’hip-hop italiano.Dai tuoi primi approcci all’MCing durante la seconda metà degli anni Novanta, fino ad oggi.

M’interessava domandarti come hai vissuto l’evoluzione di questa cultura nel tempo e, soprattutto, come hai vissuto l’inizio degli anni Zero, quando sembrava che la scena hip-hop in Italia fosse definitivamente morta.

“Qui ci sarebbe da parlare per pagine e pagine, i cambiamenti sono innumerevoli e non tutti negativi.  Anzi, in molte cose per fortuna ci siamo evoluti. Quel periodo di cui parli tu io lo definisco “la glaciazione” e non fu per niente bello, però col tempo mi sono reso conto che era quasi necessario. È servito a far capire che niente può essere dato per scontato e che dei crolli di hype sono fisiologici in un genere musicale come l’Hip Hop, che è estremamente definito. Sono abbastanza sicuro che, con l’avvento di internet, non si rischierà qualcosa di simile allo stato attuale delle cose, ma che ci sarà un piccolo crollo di interesse mediatico su questo genere, è naturale, perché tutto è ciclico. Il trucco è continuare senza pensare ai feedback, ma cercare un’evoluzione personale/artistica  per ognuno.”

Durante alcune interviste, il tuo ultimo album è stato paragonato per attitudine a “To Pimp A Butterfly” di Kendrick Lamar – un confronto di cui mi pari onorato, data la grande stima che nutri verso di lui.

Tralasciando l’aspetto musicale, vorrei concentrarmi su ciò che Lamar ha rivelato della propria persona, attraverso le sue ultime canzoni. Sembra che la gente sia rimasta sorpresa dall’ascoltare un rapper che, oggi, rappresenta fieramente la propria comunità, non ha timore di mostrarsi vulnerabile e che, a differenza di tanto rap attualmente in voga, lancia senza vergogna messaggi positivi e di speranza – ricordando, per certi aspetti, il Tupac di canzoni come “Keep Ya Head Up”.

“Hai centrato in pieno,  perché questa è una vera rivoluzione, il poter parlare in positivo di qualcosa. Io sono cresciuto in un modo abbastanza particolare, sono sempre stato abituato ad avere poco, ed ora grazie all’Hip Hop ho qualcosa di importante, ho tanto, quindi sarebbe anche ipocrita da parte mia continuare a fare un tipo di musica in cui paleso la mia insoddisfazione che facilmente potrebbe essere interpretata come frustrazione. Ho cercato di dare, sempre con il mio stile – quindi assolutamente NON-POP – un messaggio positivo, immedesimandomi in chi ascolta il disco che magari è anche curioso di conoscere la mia storia. Ora questa è la mia vita, questo è il mio lavoro e il Rap mi ha preso da un’anonima strada non asfaltata di Cosenza e mi ha portato a girare l’Italia  fino ad abitare a Milano dopo tanti anni di Roma. Non ci vedo molto di negativo in questo.”

Mi pare che comunque tu fossi scettico sulle possibilità che, nel nostro paese, un disco del genere potesse avere lo stesso impatto culturale che ha avuto altrove.

“Certo, l’Italia non è molto pronta a questo tipo di approccio, perché è abituata al rapper che si parla addosso e riesce a fare un disco di sole punchline senza dire nulla, ma ci stiamo lavorando. “La rivoluzione è lenta e silenziosa”.”

Negli ultimi tempi sei stato parte di un progetto che riguarda le carceri minorili, dove hai aiutato i ragazzi lì reclusi ad esprimersi attraverso il rap (proprio nell’ultimo album dici: “Un carcere può rieducare, non deve punire”).

Vista la loro giovane età, quali sono le differenze che hai notato fra la loro generazione e la tua? Credi che la società li abbia resi più disillusi rispetto a chi ha vissuto la propria adolescenza dieci, quindici o vent’anni prima?

“Il discorso qui sarebbe lungo, ma la società fa davvero poco per le nuove generazioni. Senza tediare troppo chi sta leggendo questa nostra intervista, però, ti dico che negli occhi di tanti sedicenni, che siano detenuti o immigrati o semplici ragazzi di strada come me, vedo una forza nuova, una nuova scintilla, il desiderio di cambiare le cose e combattere per far sentire la propria voce e far valere i propri diritti. Spero vivamente che la società getti benzina su questi piccoli fuochi, e non che usi i soliti estintori per spegnere queste piccole rivoluzioni.” 

Prima accennavi al fatto di essere un appassionato di letteratura. Se dovessi consigliare alcuni libri ad un ragazzo che si sta avvicinando al rap, e che gli permetterebbero di accrescere le proprie abilità di scrittura – oltre che a farlo “crescere” come individuo – quali sarebbero?

Sicuramente quelli del mio amico U-net che parlano di Hip Hop e raccontano la storia di questa fantastica cultura che ha un’anima cosi affascinante e coinvolgente da poter emozionare chiunque. Poi ultimamente sono in fissa con “uno pari” il libro di un mio caro amico, Michele D’amore, che in molti nella scena conosceranno come MDJ. Qualche anno fa ha scritto dei romanzi tutti incentrati sull’Hip Hop, fantastici! Per chi invece vuole attingere per delle linee d’effetto nei propri testi, consiglio Palahniuk, eheh…”

Concludo facendoti una di quelle stupide domande a cui, spesso, si viene sottoposti durante i colloqui di lavoro: come si vede Kiave da qui a dieci anni?

“Uh, quanti colloqui ho fatto in vita mia, man… Fra dieci anni, sempre con un micro in mano, con più cose da dire e da raccontare, con meno gente sotto al palco magari, giustamente, ma più selezionata e coinvolta. Poi ho troppo progetti per la testa, ma evito di aprire le porte al Mirko sognatore, sennò non ne usciamo più.”

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