[INTERVISTA] Steve Albini: l’etica del rispetto

Steve Albini, genietto multi-tasking, dagli hobby più impensabili. Sound engineer, musicista, critico musicale, giocatore di poker, appassionato di cucina e chissà quante altre identità in quella centrifuga ad alto rendimento che è la sua testa.

di Federica Garozzo  –  Abbiamo avuto l’onore di incontrarlo a Catania, tappa princeps di un tour di cinque date in tutta Italia, assieme agli amici Uzeda. E con la stessa professionalità di quando indossa la sua tuta da tecnico all’Electrical Audio, si è prima assicurato che il set avesse la privacy necessaria e poi abbiamo premuto il tasto “play” del registratore.

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Passa sempre molto tempo tra un album e l’altro degli Shellac. Come avviene la gestazione, solitamente?

“Noi tutti conduciamo delle esistenze comuni, abbiamo famiglia, le classiche responsabilità da adulti, io gestisco un’attività, così come anche Bob, Todd si è sposato da poco, insomma tutti siamo occupati a fare cose che ci impegnano. Il progetto Shellac è un hobby, pur essendo qualcosa di molto importante per noi, più simile ad una famiglia. Una band solitamente prova due volte a settimana, e poi va in tour per 8/10 settimane l’anno; noi in un anno riusciamo a provare 4/5 volte e ad andare in tour per 3/4 settimane. Il fatto che la band non sia il centro delle nostre vite, ci porta a lavorare molto lentamente.
Può succedere che una canzone venuta fuori durante una prova, venga risuonata dopo 6 mesi per la seconda volta e debba attenderne altri 6 per la terza. Abbiamo adattato le nostre aspettative. Non prendiamo decisioni in maniere cosciente, lavoriamo sempre a nuovi pezzi, ma generalmente se abbiamo 5/6 canzoni che ci piacciono, intanto le registriamo ma poi potrebbe passare un anno prima di registrarne delle altre e un altro ancora prima di averne abbastanza da finire le registrazioni. Perciò avere un mucchio di canzoni che ci piacerebbe registrare non comporta necessariamente l’uscita di un disco immediata.”

Come mai hai deciso che la tua esperienza in una band dovesse essere solo un hobby? E’ per preservarla da eventuali derive materialistiche?

“Ha questa conseguenza ma credo che non saremmo comunque quel tipo di persone. Una volta che riversi delle aspettative sulla tua band e ti dici che con quella attività dovrai riuscire a garantirti l’affitto, il cibo, e tutto il resto, a quel punto la band diventa un lavoro, una responsabilità, qualcosa che devifare. Ma se non arrivi mai a quel punto, sarà sempre qualcosa che vorrai fare, una gratificazione piuttosto che un obbligo. Per noi è più importante mantenere la relazione con la musica, che massimizzare i guadagni, o pensare al successo. Nessuno di noi è abbagliato dal successo nell’ambito musicale, che ha delle proprie politiche con le quali non vogliamo avere a che fare. Per noi ‘successo’ vuol dire piuttosto ‘sopravvivenza’. Se riusciamo a tornare l’anno prossimo, a fare nuovamente la stessa cosa, per noi quello è già ‘successo’; mentre per qualcun altro tornare il prossimo anno, dovrebbe essere finalizzato al diventare più grandi, più popolari, più costosi.” Una volta che riversi delle aspettative sulla tua band e ti dici che con quella attività dovrai riuscire a garantirti l’affitto, il cibo, e tutto il resto, a quel punto la band diventa un lavoro, una responsabilità, qualcosa che devi fare. Ma se non arrivi mai a quel punto, sarà sempre qualcosa che vorrai fare, una gratificazione piuttosto che un obbligo.

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Molte tracce dell’album parlano di “surveyors”, cos’ha catturato la tua attenzione per queste figure?

“Non saprei dire. Non mi capisco benissimo. All’interno della band succede che se qualcuno di noi si interessa ad un argomento, iniziamo tutti a confrontarci e questi discorsi in loop diventano le ragioni per delle canzoni. Una delle cose di cui iniziammo a parlare io e Bob furono le prime figure patriottiche della storia americana, nel momento in cui l’America si stava separando dall’Inghilterra. Molti fra i primi rivoluzionari in America erano agrimensori, il che vuol dire che sviluppavano un forte interesse per il posto che avevano deciso di chiamare la loro terra.
E così parlammo di Jefferson, Franklin, Washington; molte di queste persone per lavoro tracciavano mappe, effettuavano misurazioni delle loro terre. Il posto in cui vivevano era davvero importante per loro, un forte contrasto se pensiamo al modo in cui le mappature sono fatte adesso, con i satelliti, i robots, da persone che lavorano per corporazioni che tentano di stabilire se un pezzo di terra è di loro proprietà. Insomma è il risultato di una conversazione che si è sviluppata in canzoni, ad un certo punto è stato chiaro che era diventato un tema e l’abbiamo assecondato. Un’altra cosa che ci accade spesso è che se qualcuno porta un argomento  non ci facciamo molte domande a riguardo, lo lasciamo andare. E’ come un artista che ad un certo punto della sua carriera raffigura solo sedie, diversi tipi di sedia, o la stessa infinite volte, non sa perché ma è ossessionato da quell’idea, che diventa un tema nei suoi quadri. Alcuni  periodi per noi sono così…” E’ come un artista che ad un certo punto della sua carriera raffigura solo sedie, diversi tipi di sedia, o la stessa infinite volte, non sa perché ma è ossessionato da quell’idea, che diventa un tema nei suoi quadri. Alcuni  periodi per noi sono così…

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Hai più volte dichiarato di non amare partecipare ai festival, ad eccezione del Primavera Sound. Conosci le giovani band che suoneranno quest’anno? Ce n’è qualcuna che apprezzi particolarmente?

“Alcune, non molte. Quando i festival sono accurati, nel modo in cui lo è il Primavera Sound, dove invece ci sono persone che hanno una conoscenza musicale più approfondita della mia a scegliere le band, diventano un’opportunità per ascoltare musica che non avevi mai sentito prima, come accade a me. Un paio d’anni fa c’era una band chiamata The Drones, non li conoscevo ma avevano un palco molto curato, e conoscevo le persone che avevano scelto i gruppi, mi fidavo dei loro gusti, così andai solo per curiosità e pensai che erano fantastici. Cose del genere succedono tutti gli anni, così come trovarmi di fronte una band di cui non ho ancora un’idea e pensare che sia terribile scoprendo che invece ha un hype fortissimo. I problemi che ho con i festival risalgono agli anni 80, quando gli headliner erano superstar e c’erano pochissime realtà minori. La maggior parte delle band erano arriviste, ambiziose, pompate dalle etichette, dal booking, dal management. La musica in quel caso non veniva selezionata perché di qualità ma solo perché era parte di una certa scena politica dell’industria di promozione musicale. Le band non erano trattate bene, per loro era solo un obbligo, il pubblico era considerato solo un finanziatore e un mezzo per fare profitto, e la sensazione complessiva era di un festival come una fabbrica di salsicce. Non c’era il senso di comunione, cosa che poi cambiò con alcuni festival come l’All Tomorrow’s Parties e il Primavera, appunto. E’ come la differenza tra una radio commerciale e una radio che passa un certo tipo di musica, con persone di cui apprezzi e condividi i gusti. Per noi è molto importante prima di scegliere se partecipare o meno ad un festival, saperne di più su chi ci sta dietro e sul perché lo fa, e per questo continuiamo a suonare in ben pochi festival.”

Per quanto tu ci tenga sempre a mantenere un atteggiamento professionale e distaccato quando lavori come ingegnere del suono, ti è mai capitato negli anni di imparare qualcosa dalle persone con cui hai lavorato?

“Sì, certo. Quando ho iniziato come ingegnere del suono, negli anni 80, qualche volta ho tentato di ‘trattare’ un disco sul quale stavo lavorando come se fosse un mio progetto personale, nel quale poter immettere la mia personalità. Ma mi sono scottato le dita un po’ di volte e ho capito che facendolo stavo interferendo con l’organizzazione interna della band, con la loro musica. Da allora ho imparato a non farlo ed ho anche sviluppato l’idea che se manipolassi la musica secondo i miei gusti, la band magari farebbe un tipo di disco che potrebbe piacermi di più in un certo momento, ma non sarebbe la pura espressione del loro intento. Mentre può succedere che il mio gusto nel tempo si evolva, raggiunga la loro estetica e trovi che quello che avevano fatto fosse davvero interessante, anche se in quel momento non lo avevo capito. Ci sono band di cui non apprezzo le influenze (musica etnica, dance, techno), che per me è impossibile capire sul momento, così io le lascio fare e a distanza di due o tre anni, forse capirò.

John Peel era uno che ascoltava qualunque cosa gli arrivasse, lo faceva sempre, e religiosamente, e così scoprì band che nessun altro passava in radio perché magari il disco era arrivato in una semplice busta marrone, senza nessuna informazione. Durante una cena mi disse una cosa che reputo molto intelligente: se riceveva un disco che non gli piaceva, non arrivava alla conclusione che fosse brutto, ma piuttosto che lui non lo aveva capito, per cui era colpa sua, non della band. Un gruppo non investe il proprio tempo su qualcosa che reputa non all’altezza, loro fanno il loro lavoro; da ascoltatore, forse, non ho fatto il mio e c’è qualcosa che mi sto perdendo. John Peel è stato colui che mi ha fatto comprendere questo e molti anni dopo ho scoperto una mentalità affine e appreso quanto sia generosa come idea. C’è un impulso simile nel modo in cui lui ascoltava musica e il modo in cui provo a comportarmi in studio, un pari rispetto per coloro che fanno musica. Poi resta il fatto che alcuni tipi di musica continuo a non ascoltarli, o a pensare che siano terribili… ma che è un mio problema.” Un gruppo non investe il proprio tempo su qualcosa che reputa non all’altezza, loro fanno il loro lavoro; da ascoltatore, forse, non ho fatto il mio e c’è qualcosa che mi sto perdendo. John Peel è stato colui che mi ha fatto comprendere questo; molti anni dopo ho scoperto una mentalità affine e appreso quanto sia generosa come idea.

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Come cambia il tuo ruolo di ingegnere del suono quando lavori ad un tuo album? In fondo è un po’ come essere registi ed attori nello stesso film… ti confronti con gli altri del gruppo?

“Sicuramente aiuta la presenza di Bob Weston, siamo entrambi ingegneri per cui se c’è un problema tecnico non è sotto solo la mia responsabilità, ma in due solitamente riusciamo a risolverlo. Gran parte del lavoro di engineering è fatto all’inizio del processo, piazzi i microfoni, ti assicuri che tutto funzioni e sia collegato correttamente, imposti il temperamento. Una volta che tutto è predisposto puoi mettere in stand by quella parte di lavoro e suonare, fin quando c’è qualcuno che piazza i microfoni e si assicura che i volumi non siano troppo alti, che non ci sia distorsione, qualcuno di cui ti fidi che tenga tutto sotto controllo da assistente. Io poi sono fortunato perché all’Electrical Audio ci sono fantastici ingegneri e se ho bisogno di qualcuno devo solo chiedere.”

La tua passione per il poker è collegata al bisogno di produrre adrenalina? In che modo è diversa da quella che si prova sul palco?

“Sono molto diverse, non credo che siano in alcun modo collegate. Sono due diverse parti del mio cervello. Il modo in cui suono è qualcosa di espressivo, come cercare di trarre fuori un qualcosa che nasce dentro, ha a che fare con l’essere creativi e l’espressione di se stessi. Giocare a carte innesca un processo analitico nella mia mente, raccogli le informazioni dall’esterno e le metabolizzi, le processi  e alla fine prendi delle decisioni, quindi è praticamente l’opposto. L’unico parallelo tra i due mondi è che nella comunità del poker ci sono persone con cui mi trovo bene, che reputo compagni, per i quali nutro rispetto e con cui mi diverto, degli amici nel vero senso del termine, e poi ci sono altre persone che usano il gioco come veicolo per essere autoritari e dominanti e per loro nutro meno rispetto. Ci sono diversi tipi di società, io sono parte di alcune e non di altre, così come nella musica.”

Di recente la tua persona è apparsa in due documentari molto popolari: Montage of Heck e Sonic Highways. Li hai visti? Che ne pensi?

“Ho visto Sonic Highways, è stato molto lusinghiero il modo in cui si sono comportati con noi, con me, con lo studio, hanno detto delle cose che ci hanno fatto un gran piacere. Montage of Heck non l’ho visto, sia perché ha avuto una distribuzione ridotta e avrebbe richiesto una certa organizzazione da parte mia andarlo a vedere (e non era nelle mie intenzioni farlo), sia perché mi mettono a disagio questi film biografici su qualcuno che è morto, so che ci sono molte altre cose extra coinvolte, c’è politica, c’è business, non ha a che fare solo con la persona ma è tutto un tipo di cultura costruita con una metodologia che ruota attorno ad una persona. Io non avevo un rapporto molto intimo con Kurt Cobain, ci siamo ritrovati a stare assieme per un paio di settimane, c’era rispetto reciproco ma non era un amico, o una persona da mitizzare di cui sapere i più piccoli dettagli. Sono sicuro che sia un film interessante però, molte delle persone che conosco e che lo hanno visto mi hanno detto che lo è, ma non mi ritengo parte del suo pubblico.”

Il tuo storico legame con gli Uzeda sembra proprio che vada aldilà della semplice affinità musicale, è così?

“Sono essenzialmente parte della nostra famiglia, ogni volta che si presenta l’occasione di venire in Italia cerchiamo sempre di coinvolgere Agostino, Giovanna e gli altri Uzeda, se sono disponibili, e ogni volta che abbiamo l’opportunità di invitare dei gruppi a suonare con noi, glielo proponiamo perché abbiamo un forte legame da tanto tempo, vediamo il mondo nello stesso modo e amiamo passare del tempo insieme. Credo che la loro musica sia fenomenale e l’unica cosa che piuò rendere l’idea è che li sentiamo molto come una famiglia per noi.”

Com’è la scena musicale di Chicago, adesso? Si può ancora parlare di “scena musicale”?

“Assolutamente sì. La scena musicale formale di Chicago controllava un tempo gran parte della musica con una certa esposizione mediatica. C’erano pochi locali, controllati da poche persone. Adesso non è più così, ora ci sono molte situazioni informali, persone che suonano in case e capannoni ad esempio. Internet ha reso più semplice saperne di più, promuovere i dischi, per cui una band può nascere una settimana, caricare i pezzi su bandcamp e la settimana dopo suonare nello scantinato di qualcuno, in un negozio di dischi o in un locale molto piccolo, la notizia fa il giro e la settimana dopo ancora il loro nome può essere già noto dall’altra parte del mondo, in Giappone come in Australia. Io credo che internet abbia ampliato la comunità dei musicisti per cui se parli di Chicago parli del modo in cui le influenze della musica di tutto il mondo sono state implementate localmente a Chicago. Le venue ufficiali non sono molto attive, continuano ad ospitare le band in tour e le band locali ci suonano una volta ogni tanto ma il fermento più interessante accade nel bar del quartiere che all’ultimo momento ospita una band o una sala prove che si trasforma in una venue per una settimana, questo genere di cose. Credo che sia molto salutare per le band avere opportunità di suonare in posti piccoli, lontani dalla logica altamente stressante dei grandi spazi, dove devi pensare a quanti biglietti vendere per riuscire a coprire i costi del concerto. C’è anche un modo di fare le cose informale, semplice, che mantiene la sensazione di ‘imprevisto’, di amicizia, al contrario di quanto avviene nelle logiche di business. Tempo fa sul sito Gonzochicago potevi trovare dei documentari, ‘The World Underground’, di un ragazzo che iniziò a filmare le scene musicali underground in diversi paesi del mondo, dalla Cina al Sud Est asiatico. Per un periodo visse in una piccola cittadina del Montana e approfondì anche la scena DIY di quelle parti. E’ così quando nasce una comunità musicale locale e poi si evolve. Cose del genere succedono ancora. Questo accade nella scena underground; poi ci sono altri idiomi, con proprie logiche interne, come la scena jazz, o hip hop, di cui non so molto ma anche lì per la stessa idea che internet permette alla gente di avere accesso immediato alle informazioni, tramite podcast, message board, mailing list, questi mondi possono anche essere piccoli ma hanno la possibilità di svilupparsi in un modo molto evoluto, tutti possono saperne di più…” Credo che sia molto salutare per le band avere opportunità di suonare in posti piccoli, lontani dalla logica altamente stressante dei grandi spazi, dove devi pensare a quanti biglietti vendere per riuscire a coprire i costi del concerto.

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