[REPORTAGE] Seeyousound alza il tiro

Reportage a più mani del festival torinese dedicato al connubio di cinema e musica, tra documentario e fiction, videoclip ed eventi off.

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_ di Lorenzo Giannetti 

“Non c’è musica importante senza un grande film che la ispiri” sussurrerà un visibilmente emozionatoEnnio Morricone ritirando il premio per la migliore colonna sonora alla cerimonia degli Oscar. Nel giorno in cui il Maestro si aggiudicava la statuetta per le composizioni originali dell’ultimo film di Tarantino (leggi qui la nostra recensione di The Hateful Eight) durante il gran galà di Hollywood, a Torino si festeggiava la buona riuscita di un festival dedicato proprio al connubio tra cinema e musica.
Iniziamo col dire che la seconda edizione del Seeyousound Festival registra un netto upgrade rispetto al battesimo dell’anno scorso, a partire dal battage pubblicatario – sia cartaceo che online – più capillare, puntuale, coinvolgente. L’hype attorno al SYS è cresciuto durante il percorso di avvicinamento al festival, grazie anche alle preview dei mesi scorsi con i documentari di Noisey (leggi qui il nostro focus on su Under The Influence) e l’esperimento di UPM – Unità di Produzione Musicale.
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L’atmosfera febbrile e il colpo d’occhio nella Sala 1 del Cinema Massimo all’inaugurazione di giovedì scorso danno il via nel migliore dei modi al weekend lungo di Seeyousound. L’esibizione dal vivo di Daniele Celona (in concorso con il videoclip de La Colpa e accompagnato per l’occasione da Davide Invena alla chitarra), introduce la panoramica di presentazione del festival e i ringraziamenti di rito.
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Si celebra innanzitutto il cambio di residenza del festival, che approdando al Cinema Massimo trova il suo habitat naturale: “Benvenuto a casa”, dirà il direttore del Museo Nazionale del Cinema di TorinoStefano Boni nel suo intervento, ricordando anche la recente scomparsa di Gianni Rondolino, stimato professore che “alla ricerca sul rapporto tra cinema e musica aveva dedicato molti anni della sua vita”.
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Il direttore del festival Maurizio Pisani poi, sottolinea che Seeyousound è una manifestazione che si sostiene da sola, senza finanziamenti pubblici, attraverso gli investimenti degli sponsor (tra l’altro, proprio lo sponsor Tiger fa gli onori di casa e lascia al pubblico accorso alla prima proiezione del festival taccuino e matita sulle poltrone, in regalo) e le donazioni ottenute grazie alla campagna di crowdfunding lanciata qualche mese fa. Rimarca inoltre che il vero punto d forza di SYS (“l’aspetto più bello, più forte”) è il gruppo di persone che scommettono sul festival lavorando ogni giorno da mesi con passione ed entusiasmo in attesa del giusto riconoscimento finale (umano ma anche economico).
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Chi senza dubbio ha raccolto consensi unanimi è Mark Reeder, un po’ il padrino di questa edizione, protagonista della pellicola che apre il Seeyousound. Che personaggio Mark Reeder! Ora, quel laboratorio creativo che fu Berlino Ovest degli Anni Ottanta l’hanno raccontato in molti – film, libri, canzoni – ma lo sguardo di Mark Reeder si rivela un valore aggiunto. B-Movie: Lust & Sound in West-Berlin 1979-1989 aggiunge davvero qualcosa in più alle cronache berlinesi snocciolate fino ad ora. Nato a Manchester, Reeder si trasferisce a Berlino fulminato dall’elettronica siderale dei Tangerine Dream. Porterà con sé il background punk e un’attitudine curiosa, onnivora, sovversiva e sorniona. Oltre alle innumerevoli divise, militari e non, delle quali è insaziabile collezionista (sì, quest’uomo si veste praticamente ogni giorno con una divisa diversa, che sia da ufficiale giapponese o guardia forestale). Mark si immerge subito nella sfrenata nightlife della città che – racconta lui stesso – “mi ha mangiato, inghiottito e digerito”. Nel giro di un paio d’anni – nei quali filmerà il più possibile con la sua videocamera – si ritroverà ad organizzare il primo concerto berlinese dei Joy Division e a dividere l’appartamento (occupato) insieme ad un certo Nick Cave, ma anche a vivere sulla sua pelle le metamorfosi politiche degli anni della Cortina di Ferro. E se Blixa Bargeld – amico filmato in più occasioni – viene presentato come un tipo “decisamente poco ortodosso, anche per gli standard di Berlino Ovest”, il doc è deliziosamente sopra le righe: uno stile fatto di cut’n’paste di frammenti originali che per ritmo e vivacità ricorda i migliori lavori di Julien Temple. Colonna sonora da urlo, ma era ovvio. Da non perdere le apparizioni fugaci ma stracult di Christiane F., Tilda Swinton e dei New Order.
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La notte del Seeyousound prosegue con l’afterparty in Cavallerizza Occupata in pieno mood berlinese, dove tra techno-industriale e synth-pop spunta anche lo stesso Mark Reeder, ovviamente in uniforme.
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Nei giorni seguenti, Amantes e Da Emilia sono i satelliti del festival e ospitano diversi eventi off, mentre nella casa-madre del Cinema Massimo si susseguono le proiezioni.
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Tra le tante pellicole in programma, il caso mi ha portato a non vedere alcuni dei film usciti vincitori nelle rispettive sezioni ma mi sono comunque imbattuto in magnifiche visioni, per usare un termine caro al Museo del Cinema.
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Una di questa è sicuramente Monsterman, a prima vista un documentario sui Lordi, band finlandese in bilico tra metal e hard rock famosa soprattutto per il look tanto grottesco e scenografico da far sembrare White Zombie o Slipknot degli impiegati statali. I Lordi raggiunsero la ribalta mondiale nel 2006 aggiudicandosi l’Eurovision Contest, celebre quanto mediocre concorso dedicato alle migliori proposte musicali in ambito europeo (in Italia il candidato presentato è in genere il vincitore dell’ultimo festival di Sanremo). Il documentario di Antti Haase tuttavia non è una semplice disamina della proposta artistica della band, quanto il ritratto intimo, a tratti quasi straziante, di Mr. Lordi, che della band è l’anima e il demiurgo, oltre che il cantante. Tra paccottiglia hard rock, face painting e zeppe, tra umilianti incontri con le etichette discografiche e imbarazzanti ospitate in programmi televisivi, il doc racconta quello che è accaduto ai Lordi dopo l’exploit dell’Eurovision Contest e, tra le righe, mette in luce i meccanismi perversi (quanto metabolizzati, normali, già visti) dello showbiz usa-e-getta. Mr. Lordi è un Peter Pan (mai) cresciuto a pane e Kiss ed è il Wrestler di Aronofsky (data la stazza, la teatralità della messa in scena e l’ineluttabilità del suo destino). Né il documentario né il sottoscritto vogliono indugiare sui (de)meriti artistici dei Lordi, quanto riflettere su quanto la favola amara della realtà possa essere dura da digerire per qualsiasi animo puro e per quel bimbo che amava vestirsi da E.T. – L’Extraterrestre. Da vedere assolutamente: non se amate i Lordi, l’horror o il metal, ma se volete riflettere sulla vita e sull’arte. Che – qualche volta, anche tragicamente – coincidono.
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Altrettanto interessante il documentario Sumè – The Sound of a Revolution, sulla piccola ma significativa rivoluzione culturale innescata dal rock militante dei Sumè in Groenlandia negli Anni Settanta, che portò il paese ad affrancarsi dai diktat del colonialismo danese. I Sumè furono i primi cantare rock’n’roll in lingua groenlandese, rivendicando l’identità di popolo autoctono che il protettorato economico della Danimarca stava offuscando. Il folk psichedelico della band capitanata da Per Berthelsen potrebbe sembrare innocuo, senza infamia e senza lode (“Non possiamo competere con altri colossi del genere” dichiarano consapevolmente) ma i testi guerriglieri cantanti in lingua natìa, all’epoca, erano qualcosa di davvero destabilizzante e spiazzante. Infatti, la portata storica dei dischi dei Sumè (letteralmente “Where?”) è impressionante in patria: la reazione dei “fan” nel riascoltare alcuni pezzi dopo molti anni e rievocare quel periodo di entusiasmo nazionale e presa di coscienza politica è da pelle d’oca. Il documentario di Inuk Silis Høegh è abbastanza didascalico ma consegna ai posteri una pagina di storia avvincente, inaspettata e troppo a lungo impolverata. E viene da chiedersi quale sarebbe stato il destino dei Sumè se avessero accettato di andare in tour con gli allora celeberrimi Procol Harum, su invito della stessa band britannica.
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2045 Carnival Folklore di Naoki Kato è un film allucinato almeno quanto la psichedelia dei Seventies. Non di documentario si tratta, bensì di fiction. Un trip in salsa wasabi in bilico tra distopia e poliziesco ma con lo storytelling grottesco e dadaista proprio di molte pellicole del Sol Levante. Teste che esplodono, tartarughe ninja armate di fuzz e distorsori, ribelli punk stradaioli, istituti di correzione fascistoidi e una serie di cliché orientali che vanno dalla manga-girl vestita in abiti succinti all’eroe tenebroso dalla chioma selvaggia: un intruglio non facile da digerire che vorrebbe forse nelle intenzioni rifarsi a cult movie come Tetsuo o Ichi The Killer e trova la sua chiave di lettura nella potenza delle inquadrature, nella visionarietà delle immagini e nell’ironia surreale. A suggellare il tutto l’altrettantoaccomodante colonna sonora a base di harsh noise e derivati.
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Mi si conceda una stroncatura ai limiti dell’epic fail per l’imbarazzante (mi spiace, non trovo altro aggettivo) film di Paule Muret For This is my Body, in premiere nazionale, con l’attesa performance in veste di attore di Carl Barât, leader dei The Libertines (per i cinefili a digiuno di indie-rock, senza andare troppo per il sottile: la band di Pete Doherty, sorta di risposta britannica ai newyorkesi The Strokes). Presentato come un “film d’atmosfera”, questo affresco stereotipato e dozzinale sulla vita e sul relativo patema esistenziale della rockstar maledetta dai tratti cristologici e dall’aura tragica, farebbe sembrare la saga di Twilight un lungometraggio di Xavier Dolan. Sia chiaro, il problema non è tanto Barat, che – vuoi per affetto personale vuoi per il physique du role – tutto sommato porta a casa dignitosamente il cachet. Non so neanche quanto infierire sulla starlette francese Audrey Bastien, bellissima e insipida (un misto tra Sky Ferreira e Martina Stella) perché è proprio la scrittura da pubblicità di profumi ad affossare questo film. A questo punto dispiace doppiamente per l’ottima fotografia di Renato Berta, il cameo della sempre intrigante Fanny Ardant e per aver scomodato la filosofia dell’assurdo di Camus (…) nell’introduzione alla visione.  Le stesse parole messe in bocca al protagonista verso la fine della pellicola mi offrono la chiosa di questa bonaria recensione attraverso le parole del suo protagonista: “Se volete che le cose abbiano sempre un significato… Non è così”. Sguardo perso nel vuoto e passiamo ad altro.
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Passiamo ad esempio al folgorante videoclip dei De Staat per Witch Doctor, tamarro quanto basta per farmi scapocciare al cinema; o quello dei Prodigy, che mi ricorda una versione gotica e splatter diWalkie Talkie Man degli Steriogram. Divertente ma non così incisivo il videoclip dei The Cyborgs, che però allietano ogni proiezione col riff dinamitardo della loro Extreme Boogie, scelta come sigla del festival. Menzione speciale per il corto dedicato al local hero Madaski, personalità musicale a tuttotondo anche e soprattutto fuori dal recinto reggae degli Africa Unite.
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Conclusioni? Bilancio più che positivo, spettatori triplicati, una giuria internazionale, nessun particolare intoppo organizzativo, qualità delle proiezioni garantita dai proiettori 4k di ultima generazione in dotazione al Cinema Massimo, atmosfera conviviale. Nel marasma di pioggia ininterrotta, il ponte di Seeyousound ha subìto giusto la sfiga del meteo. Poco male, una volta rintanati nel buio della sala. Edizione riuscitissima e al contempo spartiacque: ora tocca diventare grandi davvero.
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_ di Lou M. Reichardt

Visionare per l’intero la ampia selezione di videoclip presenti nella sezione “Soundies” del SeeYouSound ha richiesto un tour-de-force sensoriale non indifferente (ben quattro ore di videoclip). Ma l’esperienza ci ha permesso di avere una visione d’insieme della produzione recentissima in questo universo di immagini e temi – una galassia che per natura del proprio formato produttivo permette di conoscere in maniera più rapida e senza filtri lo stato di salute dei creativi della nostra generazione. Il risultato del check-up è sicuramente interessante, ma, purtroppo, non molto ottimistico. Andiamo a vedere perché facendo alcuni esempi.
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ALONE – ANNELI DRECKER
L’immaginario nordico – sintetizzato dalla freddezza delle tonalità e dalla semplicità contenutistica, sia musicale che visiva – ha sempre il suo fascino e la sua potenza. Allo stesso modo, la semplicità della danza, la bellezza dei corpi in movimento scevra della pomposità coreografica tipica degli States, rimane piacevole, grazie anche ad un montaggio esperto. La canzone di Anneli Drecker ed il video di Thor Brenne si sposano perfettamente e ci regalano uno dei momenti più emozionanti di questa selezione.
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HONEY – SLOOM
Parlando per l’appunto degli States il video di Ryan Orenstein per “Honey” dell’artista Sloom cattura perfettamente (anche con una certa maestria tecnica e inventività) l’immaginario di tendenza. Quello di ribelle, freak, anti-estetica che diventa estetica, anti-establishment che diventa puro marketing, sulla scia di Lady Gaga e di show come American Horror story.
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OLD GREEN THUMB – EASTWARD
Il revival vintage sintetizzato in un autore dalla forte riconoscibilità come Wes Anderson rappresenta un’altra corrente forte dell’immaginario attuale, con i suoi pro ed i suoi contro. E’ uno stile forte e che facilmente tende alla banalità modaiola se usato ingenuamente (come in “Pasiòn” di Mr. Pauer dalla Colombia), ma può avere un suo fascino indiscusso ma usato con semplicità e moderazione, come nell’atmosfera serafica e nei colori tenui e delicati di Old Green Thumb (regia di Ian Gamester e musiche di Eastward).
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BACK ON MY FEET – BALAFAS/ZERVAKIS
In contrasto alla arteficità assoluta, ridicola e fastidiosa di video carichi di omaggi e riferimenti a coprire il vuoto di contenuti originale come “U don’t need a powerglove” di Pierfrancesco Bigazzi per il beatmaker fiorentino Q*ing, o peggio ancora per lo spagnolo Alejandro Amenabar e il suo “Me Encanta” sulla musica di Nancys Rubias, troviamo rinfrescante la semplicità del greco Theo Papadoulakis. Il suo bellissimo video per “Back on my feet” di Balafas e Zervakis è diretto, sentito, potente, attuale alla situazione greca ma anche universale per un sentimento che molti conoscono, anche qui in Italia: la ribellione ad un potere falso, corrotto e profittatore.
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VESSEL – DAN MANGAN/BLACKSMITH
“Vessel” dal Canada è stato il video che mi ha più colpito per pregnanza dei contenuti e bellezza semplice, diretta, colorata e divertente della realizzazione. E se alla fine la giuria ha voluto premiare un video per molti aspetti simile (“Don’t sing” di David Bertram è un degno vincitore, video curatissimo e con un messaggio forte), la mia personale simpatia va a questa produzione che con un budget sicuramente più basso ha saputo grazie all’ingegno mettersi su un piano superiore a quello di quasi tutti gli altri video della rassegna.
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Ecco il videoclip vincitore >>  DON’T SING – DATA/BENNY SINGS
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_di Giulia Conte

La seconda edizione di SYS dedica una rassegna (quindi film non in concorso) alla potenza “militante” del mix di cinema e musica dal titolo MUSIC IS THE WEAPON, un nome che allude alla arte come arma che combatte contro le ingiustizie della società e diventa lo strumento di massa per comunicare messaggi laddove le parole non sono abbastanza incisive.

Sono stati selezionati infatti film nei quali la musica era il soggetto e il mezzo per far valere i propri valori. 

E’ il caso questo di Quilapayun, beyond the song lungometraggio di Jorge Leiva, un documentarista, che racconta del gruppo cileno che negli anni ’60 ha animato la rivoluzione con le loro canzoni e che è stato successivamente esiliato in Francia per l’estremo coinvolgimento politico nelle parole delle canzoni. Titoli come “El pueblo unido jamas serà vencido” sono diventati il simbolo e famosi in tutti i paesi e non esclusivamente nella rivoluzione cilena. Sembra che negli ultimi tempi i documentari/biopicsu icone della musica siano molto in voga, e anche il film di Leiva infatti è un documentario che racconta un periodo di cinquant’anni, attraverso materiale inedito,del gruppo che ha accompagnato la rivoluzione latino americana. Quilapayun, è un’anteprima internazionale, segno che questo festival ha allargato e vuole allargare il suo sguardo oltre confine (molti dei film in concorso arrivano da ogni parte del mondo). Nella sezione 7-inch, ho potuto notare che pochi dei corti erano italiani, ma la maggior parte al contrario era di provenienza estera: Svizzera, Usa, Finlandia, Grecia…

Dai questi quattro paesi provengono anche i corti che ho preferito: la Finlandia è in concorso conRequiem, un dramma surreale con protagonista un compositore, in crisi artistica, che nel tentativo di terminare una composizione, continua a farsi distrarre da suoni provenienti da un buco nel muro del suo appartamento. Il regista Masdak Nassir ha creato una fiction di 27’ che tiene su un filo di ansia mista a curiosità, lo spettatore. L’italiano Mauro Carraro (trasferitosi in Svizzera) iptonizza lo spettatore con il suono di un violoncello su sfondo di paesi dell’Est, creando un atmosfera arabeggiante dove il suono dello strumento ricorda la voce del muezzin. Aubade è un viaggio, breve ma magico.

Dagli USA arriva invece Brooklyn United, un corto di Tracey Annarella, che mostra come la musica sia il mezzo per tenere lontani i giovani dalle strade e dalle gang. BU è una marching band di Broklyn New York e Ty Brown che ne è il direttore esecutivo, cade in disgrazia per via di accuse in merito alla presunta cattiva condotta nei confronti di una ragazzina della stessa banda. Che Brooklyn non sia esattamente il luogo sicuro di New York in cui vivere non è una novità, la cosa interessante è addentrarsi in questa realtà e osservarla così come è veramente: un mix di bellezza che cela allo stesso tempo tanta negatività.

Una chicca italiana è PlanetGroove un corto di animazione diretto da Federico Basso. Due extraterrestri arrivati sulla terra mostrano delle capacità mediocri con qualsiasi strumento abbiano sotto mano. Special guest del film è Stefano Bollani al pianoforte, quindi oltre all’ottima computer grafica il cuore pulsante è la musica, per altro, di uno di quei musicisti che sono l’orgoglio italiano.

La musica è tutto ciò che conta, è proprio il messaggio che lancia wooden fluteun tenerocortometraggio nel quale un ragazzino si vede costretto a non suonare l’amato flauto, poiché la madre glielo vita, cosi lui fugge, e raggiunge la scuola di musica del paesino. Si entra in un luogo dove il profumo è quello di primavera, tanti strumenti che creano un commento sonoro al film delicato ed emozionante, e all’improvviso sembra che il tempo si fermi e restino solo le note e il loro calore.

Credo che Seeyousound sia una manifestazione con altissimo potenziale e la sua programmazione lo dimostra: la musica è il tratto caratterizzante di tutte le opere, ma un festival come questo che parla di musica attraverso il film può solo far riflettere sull’inter-dipendenza delle arti e sul potere che l’arte in sé ha in relazione con il mondo. Tanti sono i festival nel capoluogo piemontese, città aperta e culla italiana dell’arte cinematografica, ma Seeyousound è – davvero – quel festival che mancava. 

Dopo i nostri Awards,  trovi tutti i vincitori ufficiali del SYS a questo link >>

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