La Pazza Gioia di Virzì: un viaggio ai confini della psiche

Presentato alla Quinzaine des Realisateurs al Festival di Cannes 2016, il film di Virzì è road movie sul tema della “terapia psichiatrica” che mescola sapientemente registro comico e drammatico. Un’avventura folle e piena di vita.

di Giulia Scabin  –  Beatrice (Valeria Bruni) è una milionaria decaduta e viziata, dalla loquela inarrestabile e affetta da sindrome bipolare, con alle spalle una relazione tormentata e distruttiva con un truffatore. Donatella (Micaela Ramazzotti, moglie del regista) è una ragazza affetta da depressione, umile, introversa e picchiata dalla vita, che vive nel tormento di un figlio portatole via e dato in adozione.

Le due diversissime protagoniste si incontrano a Villa Biondi, in Toscana, una comunità terapeutica per donne in custodia giudiziaria affette da disturbi mentali e socialmente pericolose. In una narrazione della quale è impossibile non notare le assonanze con il viaggio on the road di Thelma e Louise, nasce tra le due “matte” una atipica amicizia, che sfocia in una folle fuga alla ricerca di quella pazza gioia che sarà il fulcro del film.

Comincia così il vagabondaggio disperato delle due strane amiche, squinternate e male assortite, la ricca ossessivamente estroversa e la povera “nata triste”, con i rispettivi retroterra familiari, origine del loro disagio. Virzì dipinge con maestria un viaggio assurdo e pieno di vita, fisico e spirituale, dove si alternano momenti in cui non si riesce a fare a meno di ridere a momenti strazianti, di una durezza che fa male: si sorride e si piange tantissimo a distanza di pochi minuti, in un equilibrio perfetto tra comico e drammatico.

Equilibrio che non è facile mantenere, soprattutto inserito in una storia che tratta un tema tutt’altro che semplice, quello della malattia mentale, che prevede inevitabilmente il rischio di scivolare nel pietismo o nel politicamente (e forzatamente) scorretto dello schema consolatorio dell’antipsichiatria. Tuttavia Virzì riesce, per l’ennesima volta, a donarci un film onesto e generoso, che racconta della complessità della natura umana e dell’assurdità del mondo in cui viviamo senza avere paura.

Le due protagoniste non vengono raccontate né come vittime né come matte angelicate, e il regista non si tira indietro quando arriva, duro e straziante, il momento di farne emergere i lati oscuri e le grandi macchie del passato. Il film ci pone davanti ad una condizione disperata e senza speranze, in un racconto che non vuole giudicare ma comprendere, aldilà di quella ipocrisia alla quale il regista si era già contrapposto in pellicole come Caterina Va in Città e la più recente Il Capitale Umano.

Di questo film si ama proprio il sentimentalismo disarmante, la vocazione all’empatia, e il tentativo (completamente riuscito) di suscitare commozione senza trucchi. Si è già parlato di un Virzì erede della commedia del grande Cinema italiano, ma ciò che con questo film si aggiunge alla sua opera è una capacità di sguardo sul mondo femminile che oggi nel nostro cinema (e non solo) non è per nulla comune. In un campo sociale e culturale a dominante maschile, il regista mette in scena dei personaggi femminili forti, che invece di arrendersi alla propria condizione lottano senza mai fermarsi, mentre gli uomini, nel migliore dei casi, stanno a guardare, e si lavano la coscienza con una manciata di euro.

La riuscita di questi personaggi è indubbiamente anche (e soprattutto) merito delle due interpreti, meravigliose e geniali in modi tanto diversi quanto efficaci. Solo i folli superano certi confini, ed è infatti in questo film che Virzì, come mai prima, si è permesso di portare i sentimenti oltre il limite, fino a quell’attimo senza fine su una spiaggia viareggina, dove una mamma sbagliata ha finalmente l’occasione per iniziare a rimediare ai propri errori, dove il film, con poche inquadrature perfette, sospende la sua giostra in un momento di quiete. E’ così che, in un Thelma e Louise dall’epilogo meno negativo, le due donne trovano quell’affetto che hanno sempre inseguito ed elemosinato senza mai riuscire a ricevere, quella pazza gioia che è folle proprio perché contro ogni ragionevole aspettativa.

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