L’altra Enya

Già nel 1987, dietro all’etichetta commerciale di Musica Celtica, Enya faceva elettronica in post-produzione, anticipando (inconsapevolmente?) un modus operandi a cui molti non sarebbero arrivati prima di una quindicina d’anni.

di Elen Eiffel    –    Che musica fa Enya? Sottofondo dei più emozionanti servizi di LineaBlu, protagonista indiscussa di molte scene d’amore cinematografiche e reali, e improvvisata barda nel Signore degli Anelli, Enya ha accompagnato la crescita della mia generazione e di quella di altri sognatori, romantici, Tolkeniani, e pescatori, vista la presenza sul programma di RaiDue. In corrispondenza dell’uscita del suo ultimo lavoro, mi sono ritrovata a riflettere sulla sua peculiare figura e di come questa si incastona nel panorama musicale dei fine anni 80, quando uscirono i suoi lavori migliori, The Celts e Watermark. Avendola ascoltata sin da bambina, già da allora quando si parlava della sua musica nella mia testa si formava una nuvola di dubbio. La gente diceva che Enya facesse “musica Irlandese”.
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Musica Irlandese? Pensavo piuttosto a violini, chitarre, arpe e birra a profusione. Insomma non mi tornava. Non riuscivo proprio ad accostare musicalmente Enya ad altri artisti molto più folk come Loreena McKennitt o gli Anuna, che chiaramente hanno uno stampo di suono diverso. Crescendo, e dopo un pellegrinaggio musicale e psicologico, ho raggiunto un’epifania e riformulato la domanda: “Chi è stato?” Voglio sapere chi è stato che ha detto la prima volta che Enya fa musica Irlandese? Perché questo tizio ha le banane nelle orecchie. Cioè è Irlandese e fa musica ma questo non vuol dire…
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La mia grande rivelazione, che spero aprirà anche a voi le porte della percezione è questa: Enya fa musica elettronica. E non solo. Io credo che – nelle sue prime produzioni – abbia sempre fatto musica elettronica di avanguardia con suoni che si avvicinano più a quelli dei contemporanei di artisti come Clams Casino o Nosaj Thing o Gazelle Twin che a quelli dei Clannad, di cui lei era parte prima di crearsi un profilo da solista.
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Prima cosa, assolutamente aliena per gli artisti folk, i suoni di Enya sono quasi interamente elettronici. Lei compone davanti ad un sintetizzatore, suona il piano elettrico, arpa e batterie elettroniche, senza l’aiuto di una band. Occupandosi in prima persona della produzione dei pezzi, insieme ad una ridotta squadra di tecnici, si affida alla post-produzione per creare gli effetti eterei per cui è diventata famosa e per sovrapporre gli arrangiamenti, non della registrazione in contemporanea.
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Prendiamo Orinoco Flow, che immagino tutti conoscano. I timpani e gli archi in lontananza, ci metto la mano sul fuoco che siano sintetici ed effettatissimi, riscoltateli e comparateli con veri ensemble di archi e capirete. Enya dichiarò ai tempi che per creare quegli effetti ha sovrapposto i suoni più volte per dargli la pienezza che desiderava, proprio perché i suoni sintetici che ricalcano le sonorità degli strumenti da orchestra, soprattutto con la strumentazione a disposizione degli anni 80-90, sono spesso spompate, rispetto ai corrispettivi nella realtà.
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Pensare la musica in post invece che in live è un procedimento da produttore di musica elettronica contemporaneo, che si crea il suono nella testa e lo raggiunge manipolando e domando i suoni di cui dispone. Dico contemporaneo perché negli anni 80, quando in pochissimi sapevano fare l’elettronica, la pensavano diversamente. C’era una strana concezione che gli strumenti elettronici dovessero imitare e sostituire quelli reali, risultando in dei gran pastrocchi e in uno sprofondamento generale in quello che fu definito il “Medioevo della musica elettronica”.
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Basti pensare agli ammiccanti sassofoni con quegli echi esagerati e le fintissime congas etniche di Careless Whisper di George Michael o quei synth marci tipo Kokomo dei Beach Boys, che nemmeno i preset de “La mia prima Casio”, oppure le finte aggressività epiche degli organi degli Europe. Per carità, colonne portanti della musica, però, a livello di produzione elettronica, un vero disastro. Invece ascoltate Dan Y Dyr e accostatela a FKA Twigs; o Cursum Perficio accanto a Gazelle Twin, e Boadicea, famosamente “samplata” dai Fugees per la loro hit universale Ready or Not, e forse vi stupirete che siano passati 30 anni.
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Una piccola postilla a sostegno del mio punto di vista è che Enya non ha mai fatto un vero concerto dal vivo. La gente ci sarebbe rimasta troppo male nel vedere che dietro ai maestosi arrangiamenti di archi, che ne creano il distintivo suono, ci sono in realtà dei cassoni con dei fili attaccati, e che la sua voce, così candida e calda, in verità è fievole e piuttosto umana e che al posto degli angelici cori c’è una traccia registrata su cui lei canta in playback. Insomma tutti i problemi con cui lottano tutti i giorni i produttori che vogliono fare dei live convincenti. Io voglio complimentarmi con Enya perché quando è uscito The Celts, nel 1987, nessuno sapeva ancora fare elettronica di questo genere e nessuno nemmeno la sapeva riconoscere. Lei è riuscita, nascondendosi dietro un’etichetta che non le apparteneva – o solo in parte – a scollegare l’elettronica dall’analogica, processo che agli altri ha richiesto ancora una quindicina d’anni. Oh, però per lei è stata sicuramente una cosa positiva, perché con questa storia di fare musica irlandese ha venduto migliaia di dischi e le ha permesso di vivere la vita la regina degli elfi per anni senza fare nemmeno un live. Enya, chapeau.
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