Lo chiamavano Jeeg Robot: cinque motivi per andare assolutamente a vederlo

Ve ne hanno parlato tutti. Il film è nelle sale già da qualche giorno. Noi siamo qui per darvi l’ultimo avvertimento: andate a vedere Lo chiamavano Jeeg Robot o so’ cazzi vostri.

1) Il buono

Enzo (Claudio Santamaria) è un eroe credibile ma prima di tutto una persona credibile. Sullo sfondo di una Italia al tracollo totale, come non immedesimarsi nello smarrimento esistenziale, nell’apatia, nella auto-lobotomia pornografica isolazionista del nostro protagonista? Parafrasando un altro noto supereroe, Enzo Ceccotti / Hiroshi Shiba è l’eroe che Roma non merita, ma di cui ha bisogno: anche se lui preferirebbe usare i suoi poteri per motivi meno nobili (tanto gli basta riempirsi il frigo di yogurt), e come dargli torto? Essere immuni ai proiettili ed avere le forza di cento uomini fa comodo, certo, ma non ti dà la speranza. Per quella c’è bisogno dell’incoscienza propria dei gesti d’amore.

2) La bella

Alessia (Ilenia Pastorelli) è la chiave del riscatto dell’eroe. Lei, pura poiché folle; folle poiché esposta ad un male troppo grande ed incomprensibile; lei, che si rifugia in un mondo di fantasia (quello appunto di Jeeg Robot d’acciaio di Go Nagai), e che proprio grazie a questa maniacale visione di mitologia contemporanea infetta Enzo e lo scuote dal suo torpore, dal suo rifiuto cinico all’azione, fino all’ammissione d’amore che lo rende davvero eroico: di lei “gliene frega, pure parecchio”.

3) Il cattivo

Regola numero uno del cinema d’azione: per fare un buon film ci vuole un cattivo all’altezza. E questo vale cento volte di più se stiamo parlando di film di supereroi – anche perché il carattere è fatto dai difetti, dalle nevrosi, piccole paranoie, tutte le cose insomma che mancano alla maggior parte dei gonfi paladini americani troppo impegnati a dare sfoggio del meglio di sé per ricordarsi di avere una personalità. Lo Zingaro (Luca Marinelli) è la cifra della grandezza di Lo chiamavano Jeeg Robot. E’ un personaggio nato da un acume di scrittura incredibile, quasi miracoloso, combinato ad una interpretazione maestosa, gioiosa, crudele. Se vogliamo fare paragoni, all’insensata anarchia di un pur splendido Joker di Heath Ledger, preferiamo il fascino di questo povero Zingaro, con la sua hubris da serpente demoniaco ed il suo desiderio umanissimo di rivalsa, rispetto e potere, che ce lo rendono dieci volte più vero e di conseguenza cento volte più spaventoso. Perché un fan di Anna Oxa tormentato dai suoi trascorsi a “Buona Domenica” e più terrorizzato dall’essere dimenticato di Renato Zero… come fa non mettere i brividi?

4) La sceneggiatura

La produzione del cinema di superorei impone degli ostacoli economici non indifferenti, il cui non superamento inficia radicalmente la credibilità del film. Il budget a disposizione del giovane Gabriele Mainetti non è di certo quello che ci possa dare la spinta necessaria per lanciarsi nell’olimpo delle grandi produzioni, e altri piccoli difetti di regia sono comprensibili per un lungometraggio d’esordio. Ma in fondo noi diciamo: esticazzi? Perché le borgate romane contengono lo spirito di Pasolini, quello di Petrolio e di Accattone, i suoi personaggi fatti di fango e cemento che risalgono dalle acqua del Tevere come esseri mitologici senza tempo. E pertanto valgono cento volte i grattaciali vuoti di Manhattan e i gargoyle kitsch di Gotham City, che non rimandano ad alcuna identità antica, ma solo alla cultura dell’appropriazione e dell’apparenza.

5) Il periodo

Quello del cinema italiano è ancora lontano dalla grandezza dei tempi passati: ma il miglioramento c’è, e si nota, ormai è innegabile. “Lo chiamavano Jeeg Robot” potrebbe essere il punto di svolta fondamentale tra una scena autoriale che, come quella degli ultimi anni, risale a fatica una discesa ripida, fatta di impedimenti produttivi assurdi e pubblico sempre più indolente, ed una nuova stagione di consapevolezza dei propri mezzi. Lo chiamavano Jeeg Robot ci ricorda due cose: che abbiamo sempre saputo fare del grande cinema d’intrattenimento (e lo fa fin dal titolo, eco del Trinità di Barboni), e che possiamo continuare a farlo senza essere pigri nostalgici che vivono delle repliche su Rete 4. Chissà quanti grandi sceneggiature di autori giovani stanno in questo momento passando di mano in mano, di rifiuto in rifiuto, a causa di un mercato orbo e timoroso, lento ad adattarsi ai cambiamenti di gusto e costumi. Perché questa tendenza cambi bisogna che il segnale arrivi dal basso e sia inequivocabile: a noi, questo cinema, ci piace, e ne vogliamo di più.

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Illustrazione di copertina by Jade Shulz

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