[INTERVISTA] Dub Fx: l’uomo dietro alla pedaliera

Per molti una specie di supereroe: l’uomo da 18 milioni di visualizzazioni su youtube, il mago del beatbox, il re delle performance di strada. 

di Lorenzo Giannetti e Giulio Passarella   –   Bisogna davvero riconoscere a Benjamin Stanford un talento fuori dal comune. Qualità d’entertainer, grinta e determinazione da vendere, un’energia positiva contagiosa e tanta tantissima voglia di mettersi in gioco. Soprattutto poi, la capacità di “parlare” al suo pubblico con spontaneità e freschezza, senza filtri: esattamente quanto accaduto negli uffici di Flux Agency, quando la nostra chiacchierata (in esclusiva) con Dub Fx si è trasformata – proprio in questo speravamo – in un’intervista collettiva coi fortunati vincitori del contest “Meet Dub Fx” targato Flux ed il coinvolgimento di tutta la crew del beatboxer australiano. Un’intervista diventa una piccola magia, un meeting informale e “formativo”, dal quale tutti usciamo arricchiti, oltre che rinfrancati. Good vibes, join the flux.
intervista 1

La crew di DUB FX nell’ufficio di Flux Agency

Essendo a conoscenza delle origini italiane di Ben, gli chiediamo subito se preferisce portare avanti l’intervista in italiano o in inglese, cogliendo anche l’occasione per sapere qualcosina in più sui suoi trascorsi nel Bel Paese. Si opterà per l’inglese, in modo da coinvolgere anche l’amico-rapper-manager CAde e il musicista Vee, ma le prime battute sono in italiano e rimaniamo subito folgorati da una cosa: non solo Dub Fx si esprime perfettamente in italiano ma parla un delizioso TOSCANO, infatti…
“Mio padre è toscano, di Lucca. Ho fatto gli ultimi anni delle medie qui in Italia. Non tutti lo sanno, ma le mie prime performance in strada sono state proprio a Lucca!”
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A proposito di scuola, sappiamo che ieri pomeriggio, sei andato a trovare i ragazzi della biblioteca occupata in Università, a Palazzo Nuovo…
“Sì, è stata una cosa organizzata all’ultimo, ma in generale guardo con piacere alle realtà di autogestione giovanili, create dal basso”.
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Qui in Italia non è facilissimo creare “dal basso”. Molti giovani – curiosamente – fanno un percorso inverso al tuo e vanno a cercare fortuna (e lavoro) proprio in Australia.
“E’ una cosa che ho sentito tuttavia in merito posso solo dire che non importa che si tratti di Italia o Australia. Certo, probabilmente voi sentire di più i morsi della crisi ma l’Australia non mi sembra un El Dorado. Percorsi facili non ce ne sono al giorno d’oggi. C’è la mobilità e la speranza. In viaggio – posso dirvi – uno dà il meglio di se’: è come una sfida”.
La curiosità del pubblico sorge spontanea: “[…] come hai fatto a viaggiare così a lungo senza soldi?”. Amsterdam, Londra, il Giappone: i racconti di viaggio di Dub Fx…
“Beh, i soldi… li facevo, in strada! Mi sono subito reso conto che la (mia) formula poteva funzionare. I primissimi anni di busking arrivavo a fare sempre qualcosa tipo 300 euro in due orette. Poi le cifre si sono alzate e alzate. Vendevo pacchi su pacchi di cd. Detto ciò, non sono certo mancati i momenti bui eh! Ad Amsterdam beccammo un mese di pioggia, per dire: disastroso. E poi gli ostelli, i treni, tutto on the road.
[…] Pian piano uno matura una certa esperienza. Ad esempio, le mie performance quasi sempre non dovevano avvenire in posti o quartieri “alternativi” e – per così dire – bohemìen. Lì di soldi ne tiri su ben pochi, tutti ascoltano ma nessuno paga. Al contrario, in un ambiente “turistico”, on the spot, le offerte arrivano. Scatta il meccanismo del “ricordino”: tutti rimangono ammaliati dalla performance di strada ed il ciddì è il souvenir perfetto da portarsi in valigia!”

Accade tuttavia qualcosa di incredibile: la base dei tuoi fan è tutt’altro che occasionale, distratta, “turistica”. Anzi. Il supporto ci sembra davvero sentito e l’esperienza di crowfinding con la quale hai finanziato il tuo ultimo lavoro è qui a testimoniarlo. Quindi quel qualcosa in più devi trasmetterlo eccome…
[subentra CAde che è in larga misura l’artefice dell’impronta mediatica di Dub Fx]
“Decisamente, accade qualcosa di incredibile. L’esperienza del crowdfinding è andata così bene nel nostro caso perché credo la gente abbia percepito davvero l’anima del progetto, il sudore in strada oltre che le visualizzazioni su youtube. Un nostro fan è un “real fan”, quindi se guardiamo ai like delle pagine social ci accorgiamo di come una percentuale altissima di like si sono tramutati in offerte in denaro per la realizzazione del disco”.
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Possiamo quindi dire che Dub Fx è un team di lavoro?
“Certo, siamo una squadra. Io compongo ma CAde è un mago di Internet, cura ogni aspetto della mia immagine mediatica, facendo in modo di evitare strumentalizzazioni di sorta, che non gradisco affatto”
 
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A proposito, quando/come hai consapevolizzato il fatto che Dub Fx stava diventando anche un marchio, o meglio, che il mondo del profitto era pronto a capitalizzare la tua Arte? Sulla strada come si evolve “l’etica del e nel guadagno”?
“Ho sempre cercato di mantenermi estraneo a certi meccanismi di profitto, rigorosamente ai margini della discografia. Posso dirti che negli anni diverse compagnia hanno provato a chiedermi di diventare loro testimonial. Il mio ragionamento in merito è molto semplice: se utilizzo ed apprezzo il prodotto in questione, se ne puoi parlare. Altrimenti no, non mi interessa.
[…] Poi ci sono situazioni che mi hanno spiazzato: prendi il mio viaggio in Giappone. Il boss dellaRoland (*azienda leader in strumenti musicali ndr.) – giuro, un uomo che avrà avuto cent’anni faceva davvero fatica a fare qualsiasi cosa ed era difficile comprendere le sue parole –  mi chiamò nella sede-madre dell’azienda per conoscermi. Cosa era accaduto? Mi aveva visto utilizzare i suoi prodotti, che io adoro e penso funzionino egregiamente infatti li ho sempre usati, in maniera “particolare” e si era incuriosito. Infatti l’attrezzatura che uso per la mia effettistica nasce per tutt’altro: basso e chitarra solista. Tra l’altro, non è interessante come molti sottogeneri nascano attraverso “errori consapevoli” di questo tipo? Fatto sta che mi sono ritrovato a suonare all’interno della fabbrica Roland con gli operai giapponesi come spettatori: qualcosa di surreale, pubblico compostissimo, quasi un unico applauso all’unisono in chiusura! Indimenticabile! Comunque in quel caso c’era una pressochè totale identificazione tra me e il marchio”.
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Per alcuni i testi sono un po’ il punto debole dei tuoi lavori, per altri sei un vero e proprio “filosofo degli Anni Dieci”. Tu come ti approcci alla scrittura?
“E’ difficile rispondere a questa domanda, almeno in merito alla percezione che la gente ha delle mie parole. Io dico che bisogna scrivere di argomenti che si sentono propri a pelle, sensazioni. Faccio questo punto e basta. Spesso i complimenti arrivano in paesi dove l’inglese non è madrelingua, forse perché tendo ad essere semplice e il più diretto possibile. Quindi c’è un buon margine per “universalizzare” alcuni concetti.”
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Che poi, Benjamine pre-Dub Fx, cosa voleva diventare da grande?
“A dirvela tutta da piccino volevo fare l’attore. Ho anche recitato per un po’, poi mi sono reso conto che quell’ambiente non faceva davvero per me. C’era molta invidia, competizione, puzza sotto al naso. Mi sentivo un pesce fuor d’acqua. Ho inziato a frequentare assiduamente i concerti e lì mi sentivo a casa, mi piacevano le persone e l’atmosfera. Ecco, allora ho detto: io voglio stare qui da grande, voglio fare questo nella vita. Ho scelto un percorso poco ortodosso, ma sono qui”.
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