[REPORT] Grimm Grimm: fiori di ciliegio all’ombra del Big Ben | Teatro Coppola

L’artista giapponese ormai trapiantato a Londra è quasi alla fine del suo tour primaverile. Con lui solo una chitarra acustica e la ricca pedaliera; davanti, poltrone piene e un pubblico che inizia ad accomodarsi anche sui muretti laterali.

di Simona Strano – Nonostante i primi problemi tecnici – subito risoltisi grazie anche al celere intervento di Cesare Basile – che minano il primo brano, Grimm Grimm catapulta gli ascoltatori nel suo mondo, ovviamente sconnesso da quello reale: il suono della chitarra e le miriadi di loop ed effetti sembrano scoperchiare un carillon di pregiatissima fattura.
La voce è precisa, intonata e dritta al limite dell’incredibile, i falsetti sono retti egregiamente nonostante i dieci concerti tenuti nei giorni precedenti in giro, da Roma fino al profondo Sud.
Un lungo “viaggio assolutamente fisico” (come lo definirà lo stesso artista, fuori dal palco) che l’ha portato tra passaggi in auto, bus e treni fino in Sicilia ad incastrarsi con gli invisibili scontri di galassie e nebulose che si intrecciano sul palco, esplodendo sul suo capo.
Sono i brani di Hazy Eyes Maybe” – suo ultimo album pubblicato per ATP – a farla da padrone e qualche sorpresa (come la cover irriconoscibile di Hybrid Moments dei Misfits) risulta essere molto gradita dal pubblico che osserva con curiosità questo longilineo ragazzo vestito di nero: gli occhi di Grimm Grimm saranno quasi sempre chiusi e, raramente, osserveranno le poltrone piene, preferendo i pedali, giustamente.

Le atmosfere circensi (Last Word is Mine) e i momenti sognanti e commoventi (è con Tell the Truthche nella semioscurità della platea si scorgeranno i primi occhi lucidi) sono alcuni tra gli esempi della straordinaria capacità di unire lo shoegaze – quello vero e non modaiolo degli ultimi anni (ricordiamo il suo esordio solista con la Pickpocket Records di un Kevin Shields a caso e di Charlotte Marionneau dei Le Volume Courbe) – al folk spaziale e un po’ fricchettone che potrebbe far venire in mente il Barrett solista. Ciò che stupisce è la strettissima relazione tra generi musicali radicalmente europei e il riconoscibilissimo Giappone: le due vite che finalmente si fondono nell’anima più nuda e cruda di Grimm Grimm, udibile talvolta negli arpeggi, talvolta nelle voci.
È un processo assolutamente inconscio per il nostro Yamanoha inserire le reminiscenze musicali nipponiche nei suoi brani, ci dirà più avanti a concerto finito.
E mentre beve lentamente una birra, dice la sua sul canto degli uccelli e sulle linee melodiche degli accenti italici; si rilassa elogiando gli arancini e, tra una sigaretta e l’altra, stropiccia dolcemente le orecchie del cocker fulvo che tiene in grembo.

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