[REPORT + PHOTO] Ulan Bator: dopo il quotidiano | Zo

Sul palco di Zo tra i densi bordoni, lirismi cantautoriali e ossessioni krautrock degli Ulan Bator di Amaury Cambuzat.

di Alberto Destasio  –  Non è la prima volta, si dice, che gli Ulan Bator toccano il suolo catanese; indagheremo in seguito le conseguenze di questa diceria, dell’untore.
Li precedono a questo turno i siracusani Pepiband i quali confermano, in maggiore, i giudizi formulati nelle precedenti occasioni d’incontro concertistico. L’audio non è al massimo delle sue possibilità, ma tanto basta per restare nelle zone a mezz’aria tipiche di certo post-hardcore ed emo americano, si pensa a stanze dimenticate quali i Polvo, Pele, American Football (mica tanto dimenticati loro), Slint (neanche loro). Entusiasmante il gusto compositivo dei quattro, che si realizza in continue scosse ritmiche elastiche e sbilenche e in una dinamica esecutiva, comandata dalle mani, di raro rinvenimento. I brani eseguiti sono estratti dai due full lenght “Panic” e “Six Grills in Six Days” e in essi si avverte quell’attenzione, tutta americana, al dato memoriale che è già subito suolo di partenza di una narrazione, del ritorno di un vissuto nel linguaggio; cose dozzinali, qualcuno potrebbe dire, ma fidandosi ciecamente degli enunciati precedenti si potrebbe tentare l’ascolto di A Blue Day, la traccia numero quattro dell’ultimo disco.

 Un veloce cambio palco trasporta il trio degli Ulan Bator in scena. La colonna portante del gruppo, alla voce e alla chitarra, è Amaury Cambuzat, in passato anche tra le fila dei Faust, accompagnato da due giovani strumentisti italiani al basso e voci e alla combinazione batteria/sax contralto/tastiere. Qui giunti occorre domandarsi, cos’è il post? Si trova questo prefisso accanto a molti termini che designano quasi tutti gli aspetti della nostra realtà.

Post, dopo, ma dopo che? Dopo il quotidiano. Superando però l’alternarsi, quotidiano, di giorno e notte a cosa si approda? A qualcosa che ha più a che fare con lo spazio che col tempo. Questo dovrebbe essere il post, oltre la sua declinazione melodiosa e lacrimogena alla Mogwai che, come abbiamo avuto modo di notare, è fallita miseramente. Non si tratta, con gli Ulan Bator, di seguire l’evoluzione del rock, ma di rintracciarne i nessi di prossimità. Con gli Ulan Bator e il disco presentato in questo tour, “Abracadabra”, nel tempo di cinque minuti si naviga, si spazia, tra densi bordoni, un lirismo quasi cantautoriale che la lingua francese per struttura offre – la chanson lì nasce – e ossessioni krautrock. È rock, ma è un’altra cosa. È cantato, ma in un’altra lingua. La voce c’è, ma essa svanisce nella ripetizione ovvero torna ad essere quello che era: ripetizione, imitazione del mondo in guisa umana e non addobbo linguistico per brani poveri.
Gli smidollati talent-scout italici che giustificano l’anonimato di un progetto musicale con l’assenza di voce dovranno ricredersi. Intanto però gli Ulan Bator, con questi elementi per nulla nuovi, si ritagliano, già da anni, una propria autonomia, una propria voce. Qualcuno parlò degli Swans, non a torto, di fatti Amaury collaborò con Michael Gira per quel gioiello oramai dimenticato di “Ego: Echo” – ancora ripetizione – uscita per la giriana Young God Records. Si vocifera che durante le registrazioni, svolte in Italia, la comunicazione tra il gruppo, Gira e il tecnico di turno fosse complessa per le parlate differenti, ma il risultato sta sotto gli occhi di tutti; se dalla lingua e dalla voce si abolisce il momento della comunicazione nasce sempre una stella danzante.
Non è lo stesso dire Ulan Bator e Swans, sia chiaro, ché i secondi, come tutto lo spirito americano, giungono nel profondo della decomposizione egoica; mentre i primi, con classe europea, si fermano all’effetto incorporeo. Finita la set list il trio torna sul palco per un encore che coincide con l’ennesimo travolgente drone, impeccabile nelle dinamiche.

Pensiamo a finire noi, ora. Un concerto dovrebbe assumere le caratteristiche di un evento, nel senso che fora una maglia, combina l’ordine delle possibilità e infine ti forza a prendere dei provvedimenti nel tuo sistema critico. Un gruppo come gli Ulan Bator in tal senso potrebbe essere un evento, come lo sono stati gli Swans qualche anno fa, ma nulla di quanto prima indicato è avvenuto qui; qui si preferisce contare. Anche io conto, le volte in cui ho dovuto redarguire il trio seduto di fronte a me per invitarlo al silenzio. Ma è pacifico, per certe teste si tratta di scuola dell’obbligo.

 Galleria fotografica di Carmelo Tempio.

(02/05/2016)

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