“Il colore dell’erba”: hai mai pensato di vedere un film ad occhi chiusi?

Anteprima nazionale al Cinema Massimo di Torino per per il documentario sui generis di Juliane Biasi Hendel che “ha l’ambizione di essere una esperienza sensoriale” fruibile contemporaneamente da vedenti e non vedenti.

_di Lorenzo Giannetti

Nell’introduzione alla proiezione, in una Sala 3 piuttosto affollata per un gelido lunedì sera, la parola ricorrente è “speciale”. E in effetti, a fine visione, la sensazione è quella di aver assistito a qualcosa di inaspettato, sfuggente, difficile da catalogare: magari non impeccabile o esauriente ma indubbiamente coraggioso, spiazzante, vivo; e forse sì, speciale.

L’opera della regista altoatesina Juliane Biasi Hendel (esperta e atipica documentarista che ha già raccolto importanti riconoscimenti con “Lezione di fine anno” e “The Ocean within”) ha dichiaratamente un carattere sperimentale ed è in quest’ottica che va letta e interpretata.
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“Il Colore dell’erba” è il ritratto intimo e quotidiano di Giorgia e Giona, due ragazze non vedenti alla vigilia dell’adolescenza  – tredicenni al momento del girato, la cui resa finale ha avuto una gestazione di ben 4 anni.
Come tutte le loro coetanee, Giorgia e Giona devono affrontare il travaglio esistenziale del passaggio all’età adulta, ma la loro particolare condizione ci mostra quello slancio verso l’indipendenza e l’autonomia in una luce decisamente diversa. Infatti, ogni piccolo gesto diventa una sfida, anche raggiungere la gelateria di paese senza l’aiuto di altre persone, da sole, con il bastone per non-vedenti e tanta determinazione.
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L’approccio della Hendel, narratore invisibile e tutt’altro che onnisciente, ci cala senza filtri nel mondo “ad occhi chiusi” delle due giovanissime protagoniste (non recitano, “Non sono delle interpreti ma delle testimoni” sottolinea la regista) e la camera a mano ci accompagna (davvero) passo per passo nella vita di Giona e Giorgia, tra successi e fallimenti, sorrisi e lacrime; e ancora: tra compiti in classe, lezioni di judo e relax nell’orto di famiglia. Giorgia e Giona però sono determinate ad imparare a muoversi autonomamente: durante le lunghe passeggiate in solitaria nei dintorni di Riva del Garda, dove abitano con le loro rispettive famiglie, provano a darsi dei punti di riferimento, procedono per tentativi, sono spesso prese dallo sconforto.
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Se la prima sensazione è quella della tenerezza – un po’ telefonata? un po’ buonista? – ben presto subentra il turbamento, l’angoscia ed uno straziante senso di impotenza nel vedere Giorgia e Giona districarsi all’interno di un parcheggio, attraversare la strada, ritrovare a fatica la via di casa.
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Ora: noi tutti, in maniera più o meno empatica, comprendiamo il dramma della cecità, come di altri handicap – razionalmente. Per quanto la narrazione sia realistica al 100%, così come il traffico in strada (lo sottolinea anche l’operatrice di camera), non ci preoccupiamo mai veramente dell’incolumità delle ragazze (ma viviamo e comprendiamo appieno il disagio acustico del “nemico” su ruote).
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Perché allora il racconto di Giorgia e Giona ci colpisce così in profondità? A fare da catalizzatore sono le fragilità, le paure e le paranoie di Giona e Giorgia, quelle intime e quotidiane, quelle che riusciamo a immaginare con molta più approssimazione – razionalmente.
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Che lo vediate come un racconto di formazione, un road movie o una video-installazione d’arte sociale, l’obiettivo de “Il Colore dell’erba” probabilmente non è né sensibilizzare tout court, né essere un film per non vedenti in senso stretto, bensì quello di innescare e coadiuvare un dialogo tra udito e vista, senza dimenticarsi del cuore. Per affrontare il mondo con occhi diversi.
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In tal senso, quindi, vanno a braccetto peculiari scelte formali (come l’elemento simbolico ricorrente della lumaca o la straniante saturazione del colore di alcuni elementi naturalistici quali foglie, frutta e – appunto – l’erba) e un meticoloso paesaggio sonoro curato da Mirco Mencacci  (anch’egli non vedente, già collaboratore di Marco Tullio Giordana, Ferzan Ozpetek e Michelangelo Antonioni), coadiuvato dalla colonna sonora tra prog e blues di Niki La Rosa, che sul finale – a sorpresa – ci delizia con un paio di pezzi dal vivo, accompagnato dalla sua band.
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Nel dibattito in coda alla proiezioni c’è tempo per le presentazioni della troupe, i ringraziamenti istituzionali e i commenti del pubblico alla presenza della regista Juliane Biasi Hendel, delle protagoniste Giorgia e Giona, del sound designer Mirco Mencacci, del produttore Simone Catania (per Indyca),del direttore di Film Commission Torino Piemonte Paolo Manera  e del Presidente di UICI – Torino Franco Lepore.
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La locandina “tattile” del film

Il film è stato realizzato con il sostegno di Trentino Film Commission, Piemonte Doc Film Fund, Rai 3 (Doc 3) e con il patrocinio di UICI – Unione Italiana Ciechi ed Ipovedenti e I.RI.FO.R – Torino.