I DSA Commando portano in città il Gran Varietà delle rovine

Il western post-apocalittico delle Brigate della Morte mette a ferro e fuoco El Barrio. Cronache dal 13° distretto, Falchera, Torino.


_di Lorenzo Giannetti

La crew di Euphoria Night porta in città un’orda assassina armata di rime all’acido nitrico: i DSA Commando – collettivo di Savona dalla militanza decennale nella scena rap hardcore italiana – vengono affiancati dai 16 Barre (guerriglia aliena da Rovigo, coadiuvata dai beat del funambolico Dj Bicchio) e preceduti dal warm up dei local heroes Milizia Post-atomica, Hardecibel e Oh my venz (questa è Torino Drug Music!).

Fieri alfieri dell’underground e del do it yourself in tutte le sue forme, i DSA Commando sono degli outsiders nel “gioco del rap”: lontani dall’hype di turno, estranei al concetto di swag, radicali, refrattari, reietti. Il Commando ligure è formato dal tridente d’attacco MacMyc, HellPacso, Krin: tre mc mannari la cui sete d’odio è coadiuvata dalle basi al napalm di Sunday (ma è doveroso alzare le corna al cielo per il fuoriuscito Heskarioth, che non milita più tra le fila del Commando ma è stato autore di strofe da tatuarsi nel cervello).

I 4 cavalieri dell’Apocalisse salgono sul palco ben oltre la mezzanotte – in abbondante ritardo rispetto alla tabella di marcia – ma danno la sveglia con un inizio al fulmicotone: questo è blitzkrieg rap, non si fanno prigionieri. Tra poesia e distopia, i testi dei DSA Commando sembrano sputati dalla penna di Philip K. Dick se quest’ultimo si fosse messo a scrivere di politica e cronaca nera per una fanzine punk.
I suoni invece oscillano perennemente e perfettamente tra l’apocalittico e l’epico trascinando l’ascoltatore in un gorgo ghetto infernale. Nel rap dei DSA Commando convivono Onyx e Black Sabbath, Lucio Fulci e Mad Max: proprio come nel film distopico di George Miller, nella spirale di nichilismo dalla quale si guarda questo mondo disumanizzato e afflitto, c’è ancora spazio per la lotta, (anche se) quasi in balìa di un istinto primordiale di sopravvivenza.

Il paragone ricorrente con il Truceklan – sebbene si fondi sul comune denominatore della “street credibility” – rischia allora di essere fuorviante: qui non ci sono “gangsta”, non è questione di banconote. Qui si corre per sopravvivere e basta (di nuovo: più Mad Max che Air Max). I soldi, la ganja, le Nike servono a poco.

In questo senso, tra invettive feroci e un attento scavo psicologico, il mondo (il peggiore dei mondi possibili, ribaltando Leibniz) dei DSA Commando è più vicino alle cronache di bombaroli come Lou X e Kaos One. Ma anche all’horror-core sdoganato (ma il termine non vuole essere usato con accezione negativa) dalla Machete Crew, laddove i macheteros di Salmo sono più vicini ad un immaginario tarantiniano, mentre il Commando-maledetto predilige lo splatter politico altezza Cronenberg e soprattutto Carpenter (quest’ultimo omaggiato apertamente dalle Brigate della Morte che hanno tracciato un parallelo tra la periferia savonese e il District 13).

In ogni caso, quello dei DSA Commando è un “film di genere” – con i suoi leitmotiv e cliché, a tratti – diretto magistralmente, senza filtri e censure. Viene in mente la sequela di b-movies truculenti che ha ispirato il progetto “indie-grind” Bologna Violenta di Nicola Manzan, ma per attitudine sopra e sotto al palco, i DSA Commando potrebbe essere più che altro la risposta in rime al punx dei Nerorgasmo e alla mattanza metal dei Cripple Bastards.

Di fronte ad un concerto dal passo cingolato, inarrestabile, quello che si perde in “pulizia” lo si guadagna fisiologicamente in ressa, sudore, carica. Al netto della vocazione underground, dinanzi a questa profondità di scrittura e questa resa dal vivo, farebbe piacere vedere almeno un centinaio di persone in più sotto il palco, in questa notte grigia di provincia. Sottovalutati è dire poco. Non resta che impegnarsi a diffondere il Verbo.

E a fine concerto, mentre si vaga nella notte tra le carcasse da rottamare delle autorimesse di strada di Cuorgnè, un altro giorno muore. E noi con lui, mentre sprofondiamo in un paesaggio notturno fatto di luci al neon e asfalto.  Eppure – vien da canticchiare che – ce l’ha qualcosa di poetico questa battaglia senza le armature

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