[INTERVISTA] Jacco Gardner: Eternal Sunshine of a Psychedelic Mind

La nostra intervista a Jacco Gardner, con cui abbiamo parlato dell’ultimo “Hypnophobia”, degli anni ’60 e di filosofia. L’artista olandese sarà in Italia per tre date: Torino, Roma e Bologna.

di Scilla Altavista  –  Jacco Gardner è un ragazzo olandese coi capelli lunghi, una giacca di camoscio e una camicia a fiori che fa musica in un piccolo studio ricavato da una costruzione nel bel mezzo di una zona industriale, ma circondata dalla campagna. Gardner è un tipo che fa la sua cosa, con un piede nei tardi 60’s e uno dove gli è capitato di vivere e dove ha pubblicato il primo album “Cabinet of Curiosities” (2013), salutato come uno dei contributi più importanti alla psichedelia del nuovo millennio, e il successivo lavoro “Hypnophobia” (2015). Giovedì 4 febbraio parte il suo tour tricolore allo sPAZIO 211 di Torino, lo abbiamo intervistato alla vigilia del suo arrivo in Italia.

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Attualmente il tour ti sta portando in giro per l’Europa. Tre anni fa, in occasione della promozione di “Cabinet of Curiosities”, sei stato anche negli Stati Uniti. C’è un posto che colleghi meglio alla tua idea di psichedelia? Associ la musica psichedelica al sole e all’estate o a paesaggi molto più nordici?

“Ciò che ha un effetto su di me è quello che mi circonda, ed è questo che associo alla psichedelia. Può trattarsi di qualsiasi tipo di ambiente, non deve essere necessariamente caldo o freddo”.

Ti ho fatto questa domanda perché ho letto che sei interessato al modo in cui la musica e le immagini interagiscono, e particolarmente al rapporto tra musica psichedelica e immaginazione visuale. Ho letto ad esempio che “Hypnophobia” è stato in parte influenzato anche da film dark anni ’70 e ’80. Come funziona quindi il tuo processo creativo? È un’immagine o una visione a ispirare la musica o è essa stessa che dà vita a immagini mentali?

“La mia ispirazione è solitamente molto legata a un processo personale che è tuttora in evoluzione, ed era in evoluzione anche mentre scrivevo l’album. Tra i film che ho guardato in quel periodo solo quelli che hanno avuto un certo impatto su di me hanno avuto influenza sull’album, perché stavo cercando di esprimere delle cose anche in un modo completamente differente. Molti degli elementi oscuri nell’album provengono anche da quei film o dalla musica che aveva quegli elementi oscuri ed era connessa ad un più profondo livello psicologico”.

Passando dalle arti visive alla letteratura, c’è un libro che ti ha mai dato lo stesso tipo di esperienza di un trip psichedelico? Penso ad esempio all’ispirazione che John Lennon trovò in Lewis Carroll.

“Credo che tutti i libri abbiano qualcosa di molto psichedelico. Leggere un libro per me è un’esperienza molto visuale. L’introspezione del mondo dei libri è un’esperienza molto immersiva e la musica psichedelica per me ha un effetto molto simile. Però non ho un libro che consideri più influente o psichedelico di altri”.

A volte c’è nella tua musica una vena malinconica, e una delle spiegazioni che mi sono data è che l’estetica a cui fai riferimento appartiene a un tempo passato che tu trovi al tempo stesso meraviglioso ma scomparso per sempre. Pensi che questa distanza temporale – tra il nostro tempo e nel tuo caso gli anni ’60 – possa aggiungere alla tua musica e al nostro modo di vivere nel presente guardando al passato?

“Io penso che la malinconia derivi  da un certo sguardo romantico sul passato, su cose che erano in un certo modo e che non possono essere più, ma che sembrano anche perfette nel modo in cui erano. Ma c’è anche molto significato e molta conoscenza: conoscere il passato lo rende parte del tuo futuro, tanto quanto tu voglia che esso lo sia. Per me ascoltare una musica che spesso appartiene al passato è un’esperienza simile all’esplorare della musica nuova, che sta succedendo in questo periodo. Se c’è qualcosa che non ho ancora sentito e appartiene al passato mi esalto tanto quanto, se non di più, rispetto a qualcosa che appartiene all’oggi.  Quel tipo di musica è come una sorta di colonna sonora del presente e dà forma al mio futuro, mentre la ascolto nel mio presente. Ed è anche qualcosa di un po’ misterioso perché viene da un luogo di cui non ho avuto esperienza. In questo senso appare più completo, più perfetto”.

[quote] Le strade della psichedelia sono infinite: quella di Jacco Gardner spicca per l’innocenza e per il limpido suono del suo richiamo. In attesa di vedere quale strada sceglierà di intraprendere in futuro, aspettiamo di sentirlo cantare “Open up the window to your mind/ So I can look inside and lend a hand”. [/quote]

Quindi che significato hanno queste differenze tra la musica del passato e la musica ispirata dal passato?

“Trovo che ci siano molte differenze, ma queste differenze mi piacciono anche. Mi piace il fatto che spesso si può sentire che qualcosa è stato ispirato dal passato, ma non è davvero musica del passato. Si tratta di qualcosa di strettamente collegato al passato, ma al tempo stesso qualcosa di unico, di nuovo. C’è molto mistero attorno a questa cosa, è un’esperienza un po’ strana. Conoscere il passato è come viaggiare nel tempo senza davvero viaggiare nel tempo, ed è una cosa che ho sempre amato. L’esperienza della musica del passato è molto immersiva”.

In “Hypnophobia” hai usato più tecniche digitali che nell’album precedente, e alcune canzoni hanno anche perso la classica struttura pop della canzone. Penso, ad esempio, al beat krautrock di “Before the Dawn”. Forse è un po’ presto per chiederti questa cosa, ma quali cambiamenti vedi nel tuo futuro? La musica che suoni è fedele al modo in cui ti senti al momento?

“Sento molto cambiamenti effettivamente. Rispetto all’approccio che ho avuto sul secondo album vorrei aggiungere più organicità di elementi; registrare su nastro analogico e possibilmente editare e mixare digitalmente. Ho trovato molto interessante sentire direttamente dal microfono il suono registrato, e anche suonare la batteria e il basso dal vivo insieme invece che farlo separatamente, perché aggiungere strumenti a quei due elementi suonati in quel modo crea qualcosa di più compatto, energico, vivo. Spero di approfondire questi aspetti”.

Fai musica da quando eri molto giovane e suppongo che sia diventata gran parte della tua vita soprattutto dopo la pubblicazione dei tuoi album. Per finire vorrei chiederti se mai immaginato di dedicarti a qualcos’altro.

“Credo mi potrei dedicare alla filosofia, proprio perché è parte della musica come di ogni altro tipo di arte. È qualcosa che può essere applicato a livello più universale, ma credo che in realtà lo stia già facendo semplicemente nel riflettere sulle cose e nel vivere la vita”.

Illustrazione by Martina Stocchetti

Chat with Jacco Gardner

You’re currently on a tour which takes you around Europe and you’ve also been to the U.S. touring for your debut LP “Cabinet of Curiosities”. Is there a place that best matches your idea of psychedelia? Do you associate psychedelic music with sun, summer and hot weather or with much more Nordic landscapes?

“It’s what surrounds me that has an effect on me and I connect that with psychedelia. It can be any kind of environment, it doesn’t necessarily have to be warm or cold”.

 I asked you this question because I read that you are interested in the way music and images relate to each other, particularly in how psychedelic music is connected to visual imagination. I also read that your second LP “Hypnophobia” was quite influenced by some dark movies from the ‘70s and ‘80s. So how does your songwriting generally work? Does an image or a vision inspire the music or is it the music that gives life to mental images?

“For me my inspiration is usually very connected to one big personal process that’s still ongoing, but was also ongoing at the time of writing my album. Among the movies that I watched around that time, only the ones that had a certain impact on me had that impact because I was going through certain things that I was trying to express, things maybe in a completely different way. But a lot of the dark elements on my album came from those movies as well, or the music that had those dark elements was connected to something deeper on a psychological level”.

Shifting from visual arts to literature, has a book ever given you the same experience of a psychedelic music trip? I’m thinking, for instance, about the inspiration John Lennon got from Lewis Carroll.

“Well I guess all books have something very psychedelic. If you read a book – to me especially – it becomes very visual. The insight of their world is very immersive, and to me psychedelic music has a similar effect, it can be very immersive as well. But I don’t have one book that to me feels more immersive or psychedelic than other books”.

I sometimes feel there’s a melancholic vein in your music, and I think one of the reasons is that the aesthetic you refer to belongs to a past time you find at the same time beautiful but gone forever. What do you think this distance – between the time we live in and in this case the Sixties – can add to your music and to our way of living in the present looking at the past?

“I think the melancholy comes from the romanticism around the past, things that were in a certain way in the past and can never be like that again, but they also seem perfect in the way that they were. But there’s also a lot of meaning and a lot of information: by understanding that past, it can become part of your future as much as you want it to be. For me listening to the music I listen to, which is often from the past, feels similar to exploring new music that’s going on now. If something that I hadn’t heard before it’s from the past I feel just as excited or maybe even more excited than if it’s something that is going on now. It feels like a soundtrack to the present and it’s shaping my future by listening to it in the present. And it’s also a bit more mysterious because it comes from a place that I did not experience. In that sense it feels more complete or more perfect”.

So what do the differences between the music of the past and the music inspired by the past mean to you?

“I find a lot of differences, but I also like the differences. I like that you can often hear that something was inspired by the past, but it’s not the past. It’s something that strongly relate to the past but it is something unique, something new. There’s a lot of mystery around it, it’s a bit of a strange experience. Understanding the past it’s like time-travelling without actually time-travelling, and I’ve always enjoyed that. It makes it very immersive to be experiencing music from the past”.

In “Hypnophobia” you used more digital technology than in the previous album, and some songs have lost the classic pop-song structure. To name one, in Before the Dawn I feel there’s a kind of krautrock vibe. Perhaps it’s a bit early to ask this, but which changes do you see in your future? Is the music you’re playing coherent with how you feel at the moment?

“I feel a lot of changes actually. In comparison to the approach I had on the second album I would like to implement more organic elements; also record analogue tape and then possibly edit and mix that digitally. The initial sound hearing the tape straight from the microphone it’s something I discovered to be very interesting, and also playing the drums and the bass live instead of doing it one by one, because adding instruments to those two elements being live creates something more compact, more energetic, more alive. I hope to explore that a lot more”.

You’ve been playing music since you were very young and I suppose that music has become the most part of your life especially since the release of your albums. To end with, I’d like you to ask if you’ve ever imagined dedicating yourself to something else.

“I guess I could dedicate myself to philosophy, just as philosophy is part of music as of any kind of arts. It feels like it could be applied in a more universal way, but I guess I already do that just thinking about things and living life”.