Star Worse?

Il 30 ottobre 2012 George Lucas cedeva Star Wars alla Disney. Per alcuni una minestra riscaldata, per altri l’inizio della fine, per altri ancora una nuova speranza…

Il 30 ottobre 2012 ancora non sapevamo se il mondo sarebbe finito da lì a un paio di mesi, ma sicuramente ci eravamo abituati da tempo all’idea che Star Wars fosse un capitolo chiuso per sempre. E invece George Lucas stava firmando uno dei contratti più importanti dell’industria cinematografica mondiale: la cessione della Lucasfilm alla Walt Disney Company. Alla modica cifra di 4,05 miliardi di dollari.
Per quelli che come me nel lontano 2004 si sedevano al cinema, ancora coi brufoli in faccia, pronti perLa vendetta dei Sith, con quel tachicardico attaccamento da vero fan misto a una grigia angoscia crescente che dentro di noi gridava “sta per finire!! che ne sarà di me adesso?!”, il 30 ottobre ha smesso di essere solo la vigilia di Halloween. E’ il giorno in cui il cuore di Star Wars ha ricominciato a battere.
La saga che ha dato respiro nuovo alla fantascienza (fino a quel momento ancora appannaggio dei freddi tecnicismi Asimoviani), infarcendola di riferimenti western, cartoon e dai fumetti; la saga che ha dato la spinta decisiva allo sviluppo degli effetti speciali (la sottodivisione dellaLucasfilm – Industral light and magic è attualmente leader del settore); la saga che ha dato inizio a una nuova era di narrazione seriale, abbracciando più generazioni; la saga, insomma, che ha creato un mondo a parte, che esiste a prescindere da film, libri e cartoni ad esso ispirati.

Quando George Lucas nel ’77 usciva nelle sale con Guerre Stellari, non s’immaginava tutto questo. Era ancora un regista relativamente inesperto, momentaneamente gasato dal buon successo di American Graffiti e sufficientemente sbarbatello da scrivere di alieni e storie di natura squisitamente epico-cavalleresca.
In questo specifico caso comunque, serviva un giovane per capire i giovani: Lucas abbassò il proprio compenso come regista da 500.000 dollari a 50.000, pretendendo però i diritti sullo sfruttamento dei sequel e il 60% sul merchandising (poi diventato 100%). La 20th century fox è allora ignara che quel primo “filmetto” allegro e ruspante sarebbe stato la miccia di un franchise mastodontico. Da allora a oggi Star Wars ha incassato oltre 27 miliardi di dollari di cui solamente 4 e rotti al botteghino. Il resto è stato prezzato su giocattoli, libri, poster, fumetti, videogame e home video.

Non sono mai stato tanto un tipo da soldi. Sono più un tipo da film e la maggior parte dei soldi che ho guadagnato li ho investiti nel cercare di mantenere il controllo creativo sulla saga. (George Lucas)

Fino a quel tempo nessun film aveva mai investito tanto sul merchandising, ma Lucas ci aveva visto giusto e ad oggi non esiste utensile di vita quotidiana che non sia stato ridisegnato in stile Star Wars: vestiti, tazze per la colazione, penne usb, accessori, lampade, formine per cupcake, scacchi, bacchette cinesi, lenzuola, persino il cibo. Tutto ciò che è marchio Star Wars vale oro. Le stesse scenografie e costumi vengono vendute all’asta a prezzi esorbitanti: di recente, il celeberrimo golden bikini indossato dalla principessa Leia ne Il ritorno dello jedi (quello che fece impazzire un’intera generazione di maschi pubescenti) è stato acquistato per 96 mila dollari.

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La cosiddetta trilogia sequel (ovvero gli episodi IV-V-VI) si conclude quindi in bellezza nell’83 con la festa degli Ewok, e nonostante il successo mondiale, non mancano le critiche. Alcuni non apprezzavano i toni infantili e l’umorismo goffo à la George Lucas, accusando il papà di Star Wars di aver fatto retrocedere il cinema alle ingenuità scontate degli anni ’60, anziché seguire le tendenze della più matura New Hollywood (per intenderci, quella di Coppola, Scorsese, Allen etc). In tal senso, seguaci e detrattori battagliano ancora oggi, ma si può dire che la vera intuizione di Lucas fu capire che combattere la crisi della sala significava fare più marketing: da una parte ridurre i costi, dall’altra rivolgersi a precise nicchie di utenza. Quelle degli affezionatissimi, con tanto tempo libero. Insomma, i giovani. Star Wars possiede molte caratteristiche del successivo fenomeno indie e porta con sé la filosofia tipica del cinema pop, che deve tutto alla magia della sala, ai pop corn, al trend e all’incommensurabile valore del mondo fittizio in cui s’inserisce.

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Ciò nonostante, Lucas uscì molto provato da tutto questo. Una vita interamente assorbita da un mondo che non esiste non è facile e Lucas decise di chiudere, compresa l’idea di una nuova trilogia. Ciò nonostante, l’ingranaggio Star Wars non si spegne. Il mondo continua a guardare e comprare film, videogiochi e ogni genere di cianfrusaglia purché avesse il casco di Darth Fener, C1B8 o Boba Fett, e soprattutto, avviene un automatico, sanguigno e meraviglioso passaggio della filosofia jedi dalla vecchia generazione a quella successiva. Questo, e l’evidente miglioramento degli effetti speciali degli anni ’90 spingono Lucas a resuscitare il vecchio progetto prequel, ponendosi l’obiettivo di osare digitalmente come non aveva potuto fare prima.
La trilogia prequel (episodi I-II-III) non delude infatti a livello tecnico, ma viene letteralmente massacrata dalla critica. Recitazione imbarazzante, regia smunta, sceneggiature al limite del ridicolo. Se prima per lo più piovevano Oscar e complimenti, dal ’99 (anno di release de La minaccia fantasma) arrivano i Razzie Awards. Eppure è un successo. Questo la dice lunga  sulla portata culturale del fenomeno e nonostante gli evidenti difetti, molti elementi della saga nuova sono memorabili e rivelano tutto l’amore del creatore per il suo mondo, e soprattutto l’amore dei fan, quello di una vecchia generazione ormai cresciuta ansiosa di vedere altro e di una nuova da sorprendere.

Dopo l’episodio III, Lucas pareva categorico come dopo il VI: “non ci sarà più nessuno Star Wars”. Eppure, dieci anni dopo, eccoci qui. L’universo Star Wars non ha smesso di girare ed espandersi, e la gigantesca piovra Disney (dopo Pixar e Marvel) ha allungato i suoi tentacoli pure sulla Lucasfilm. Una Disney sempre in carreggiata, fresca e innovativa, stanca di pirati dei Caraibi e pronta ad abbracciare la filosofia jedi. Eppure i dubbi non mancano. I film Disney, anche quando non sono cartoni, si riconoscono lontano un miglio, con tutti i loro buonismi, le trame sempliciotte e i finali da diabete che manco Spielberg (best friend di Lucas) si sognerebbe.
Molti fan sono a metà tra l’orrore insopportabile che la saga venga distrutta da Topolino e l’idea che forse, in fin dei conti, possa essere questa la nuova speranza: il nuovo capitolo VII diretto dal controverso J.J. Abrams. Forse è proprio la scatenatissima Disney la candidata migliore per resuscitare una saga che negli ultimi episodi aveva rivelato un’innegabile stanchezza creativa.

Better or worse? Tra meno di due mesi lo sapremo, di nuovo al cinema, di nuovo tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana.

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