Poesia elettronica: le Sound Lectures al Circolo dei Lettori

L’ambizioso progetto nasce dall’avvicinamento e dalla sinergia di due realtà torinesi apparentemente lontane: da una parte il salotto della cultura sabauda in pieno centro storico, dall’altra la crew del Superbudda, tra i pochi avamposti culturali a (r)esistere nei blocchi di cemento degli ex Docks Dora, nella periferia nord della città. I nostri reportage della “letture sonore” in via Bogino. 


_di Lorenzo Giannetti

Fennesz e altre interferenze d’autore 

Una lectio magistralis d’elettronica e un’orchestra in un acquario: Sound Lectures è un ciclo di “conferenze” piuttosto particolari per gli standard istituzionali del Circolo dei Lettori.

Il concept delle Sound Lectures prevede l’inte(g)razione di differenti forme d’arte nella sfarzosa cornice di Palazzo Graneri della Roccia. Una dialettica ancora atipica per il circolo di via Bogino, abituato a passerelle più abbottonate, ma non del tutto estraneo ad esperimenti di questo tipo (le jam del Torino Jazz Festival, le sonorizzazioni dei reading, le matinée con la Classica); una trasferta di prestigio per la squadra del Superbudda, ormai sempre più una “factory del contemporaneo”, fisiologicamente votata alla sperimentazione e alla commistione di linguaggi diversi. 
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Miles Cooper Seaton
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E in effetti, alla fine dell’ariosa scalinata di Palazzo Graneri, proiettati verso la prima delle tre Sound Lectures previste, possiamo affermare che un Circolo dei Lettori così non lo avevamo mai visto…
Sontuosi tendaggi di luce e stoffa incorniciano le finestre con visuals caleidoscopici e arcobaleni di pixel. Il gioco di luci rimbalza anche sugli immensi bassorilievi che sembrano abbracciare la Sala Grande. Le sedie in plexiglas lasciano il posto a tappeti, sofà e poltroncine.
 

L’incipit di questa sinfonia da leggere o di questo romanzo da ascoltare è affidato a Sabla, producer nell’orbita del collettivo torinese Gang of Ducks – ormai una garanzia di elettronica da trip lynchano. Melodia ridotta all’osso, beat zoppi e vuoti da colmare: volendo fare un parallelo letterario, é chiaro fin da subito che la “narrazione” delle macchine sarà più vicina alla penna di Borroughs, Woolf e Joyce che alla “bella scrittura” in senso classico.

Il folk primitivista, ancestrale, viscerale di Miles Cooper Seaton ci riporta invece a certe pagine di Cormac McCarthy.  Nel tempio della letteratura torinese, il demiurgo di quella “Comune Psichedelica” che risponde al nome di Akron/Family cita a sorpresa Italo Calvino, annoverandolo tra i suoi scrittori preferiti. L’approccio del californiano alla chitarra, invece, si avvicina ad atipici guitar heroes “locali” come Paolo Spaccamonti. Una pastorale americana ispirata (d)alle traversate solitarie nel deserto roccioso degli States: un assolo bluesy destrutturato si gonfia poco a poco, tra droni e fumi d’incenso, per poi trovare zenit nel mantra mutuato da Sun Ra, intonato quasi a cappella da un Seaton in stato di trance.

Il professor Fennesz sale in cattedra di lì a poco. Oggetto della “lezione”: “La variabile glitch: fenomenologia elettronica per chitarra e computer dal ’95 ad oggi”. Il producer austriaco é uno dei massimi esperti in materia. Un ricercatore insaziabile di nuove soluzioni tecniche e concettuali (ogni scienziato è un po’ filosofo e viceversa?), capace di attraversare un ventennio di musica elettronica cambiando almeno un paio di volte le regole del gioco – per tutti. Dopo anni di studio matto e disperatissimo, melodico e distorto (la rivoluzione glitch, la meditazione ambient, l’ascesi post-rock) quello che raccoglie il boato del Circolo dei Lettori é un Fennesz ancora in tensione evolutiva ma più “umano” e più “pop”. Il fuoriclasse austriaco prova a raggiungere un equilibrio tra scampoli di melodia e bordoni di rumor bianco, cuore e cervello, emozione e concetto – come suggerito dall’ultimo disco “Bécs”
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Fulcro dell’indagine acustica dei Quiet Ensemble sono invece le interazioni tra natura e tecnologia – tematica che ha ispirato anche l’ultimo album dei torinesi NiagaraRivelando un approccio non così lontano dal Fennensz più oltranzista, con le loro installazioni che sfruttano in maniera inusuale luce, frutta, lumache e altre amenità per produrre “suono” (rumore? musica? tutte e tre le cose?) i Quiet Ensemble scandagliano e amplificano le “potenzialità” dell’errore, del caso e del caos: se Fennesz è un processore, i Quiet Ensemble sono un megafono? Di questo, di metamorfosi del presente, di sinestesia e crossmedialità e di molto altro ancora si discuteva di fronte all’installazione-acquario, dove a “fare il concerto” erano i pesci rossi, veicolando onde di suono e d’acqua. Strumenti improbabili per un’orchestra ignara, imprevedibile e sempre diversa… o sempre uguale?
Non resta che rifugiarsi nella riflessione e nel silenzio, consapevoli che tutto scorre, evolve, cambia: anch’io mi taccio e muto, come un pesce. 

Il gioco d’ombre di Löffler e Jeck  

Secondo appuntamento con le “interferenze d’autore” orchestrate da Circolo dei Lettori e Superbudda, con la collaborazione di Ohhh C’mon.
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Attraverso la commistione di musica e arti visive, le Sound Lectures presentano il salotto della letteratura torinese in una pelle nuova: avanguardia da camera e installazioni interattive in una sontuosa costruzione barocca. Una metamorfosi difficile – cauta e insieme coraggiosa – con la quale il Circolo dei Lettori e gli altri soggetti coinvolti nell’operazione si impegnano a declinare un “contemporaneo” al quale stanno (e stiamo, tutti) prendendo le misure.
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Difficile bissare l’exploit di Fennesz – Nostro Signore del Glitch – nel battesimo del mese scorso, per di più se la lettura d’aprile arriva subito dopo il weekend lungo di Pasquetta. Ma gite fuori porta e rientri traumatici non hanno scoraggiato il pubblico torinese di questo martedì sera che si presenta – davvero, puntuale – già per l’happy hour delle 19.30. Dj set per sciogliere il ghiaccio e buttar giù la Menebrea (compresa nel prezzo del biglietto, con l’aperitivo) a cura di Tommaso Colella, in libera uscita dal Mobbing Party con una selezione – ovviamente – più smooth rispetto alle mine vaganti dell’appuntamento cult del giovedì sera. Subito dopo tocca al giovanissimo Christian Löffler e al veterano Philip Jeck.

Löffler, tedesco dal ciuffo ribelle dietro al quale si nasconde uno sguardo sereno e gioviale, é abile nel coniugare con garbo e naturalezza melodie bucoliche da dancefloor. Lui parla d’un “gloomy spirit” nel descrivere la sua techno visionaria – ambient più per indole – che procede per stratificazioni di beat e loop. Musica con la quale si fa presto a viaggiare con la mente dalle corsie dell’autobahn ai sentieri di montagna. Si potrebbe anche abbozzare un movimento d’anca e qualche ballo – c’è chi prova a smuovere le acque incitando il pubblico ad alzarsi – ma si preferisce ascoltare in religioso silenzio seduti a terra. Speriamo che rimanere nel cono d’ombra non sia destino né vocazione del giovane talento crucco per il quale la consacrazione è dietro l’angolo ormai da un po’. Nel frattempo si gode senza dubbio l’ovazione di un auditorium abbastanza diverso dagli standard cui è abituato.

Philip Jeck
Artista di nicchia e di culto, invece, Jeck. Outsiders vero, analogico fino al midollo, con il suo look da professore universitario, i suoi giradischi d’annata, la tastierina vintage e le valigette piene di vinili. No pc, niente schermi. Solo un’innata capacità di tirar fuori qualcosa di estremamente moderno da qualcosa di estremamente retrò, mischiando melodie antiche e droni, cut and paste post-moderno e pathos Classico. C’è qualcosa di eroico in tutto questo.
 
Da applausi i visuals cuciti addosso ai bassorilievi della Sala Grande: costellazioni e geometrie a tinte fluo sulla nuda pietra. Giochi d’ombra – invece – non troppo a fuoco quelli delle altre installazioni: non particolarmente accattivanti né le sagome ricavate dai libri della Sala dei Filosofi né i pannelli-video nel corridoio. Forse è mancata un pizzico di interazione in più in quello che vorrebbe essere un “unico vortice di vibrazioni percettive da attraversare liberamente”. Tuttavia a fine “lettura” si avvicina alla bizzarra consolle di Philip Jeck un manipolo di curiosi – me compreso – per osservare meglio, confabulare, scrutare, come davanti alla teca d’un museo… e penso che ritrovarsi tutti dentro a quel vortice è davvero possibile.
(07/04/2015)

 

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