Quel lurido juke box Tarantiniano: Grindhouse

di Isabella Parodi – Grindhouse. Così nei cinema USA venivano chiamati i doppi spettacoli di pellicole a basso costo negli anni ’70. E così finalmente Quentin Jerome Tarantino, con una carriera cinematografica consolidata e nota per essere politically uncorrect fino al midollo, nel 2007 corona il suo sogno di uscire con stile insieme al beniamino Robert Rodriguez, vecchio compagno di cazzate e lavoro. Insieme danno vita aGrindhouse – Death Proof e Grindhouse – Planet Terror, consapevoli di commettere un grosso rischio.
Eppure il padre del pulp era serissimo dall’altra parte della cinepresa e soprattutto su di giri per poter finalmente fondere tutte le sue ossessioni da cinefilo in un unico prodotto tutto suo. Death Proof è in effetti un’accozzaglia di citazioni Tarantiniane: dalla sua passione per la cultura del mid west americano e del Messico, all’amore per il western e i gangster movies che affiora sempre nei suoi lavori, ma che qui ha un sapore diverso. Più libero e spregiudicato, è l’arma a doppio taglio del film, ed è anche qualcosa che soltanto i fan accaniti possono apprezzare appieno. E’ una pellicola che o si odia o si ama, un vero B-movie fuori dal suo tempo: insomma, un flop assicurato. Ma chi se ne frega. Dopo cult come Le iene, Pulp Fiction e Kill Bill uno se lo può anche permettere.
Tarantino però è anche famoso per avere una stanza piena di dischi di ogni genere e sottogenere, cui attinge per le sue colonne sonore.
I suoi soundtrack hanno sempre un ampissimo raggio d’azione: da Ennio Morricone alla black music, ogni genere è più o meno stato toccato, e in questo caso prevalgono rock americano anni ’60-’70, soul, blues, pop e surf rock, come sempre accuratamente scelti tra i brani meno famosi, che nessuno ricorda o ha mai sentito in vita sua.
Si può definirlo quasi un progettista di arte totale dell’opera cinematografica: pensa, scrive, dirige e infine musica i suoi lavori con una cura direi unica e come egli stesso ci tiene a precisare “se non scovo la canzone adatta ai miei titoli di testa mentre scrivo il soggetto, non continuo nemmeno col lavoro”.
E’ così che per Death Proof ha pensato di iniziare con The last race di Jack Nitzsche, sottofondo ai suoi immancabili titoli iniziali gialli da poliziesco old style. La telecamera è posata sul cofano di una Chevrolet Nova del 1970, proprietà di uno sfregiato e affascinante Kurt Russel, stuntman di mestiere, che a quanto pare si diverte a far fuori belle ragazze al volante della sua auto truccata a prova di morte.
E’ quindi l’ultima corsa per le quattro ragazze in questione, corrispondenti al prototipo di donna Tarantiniana: texana, alta, bei piedi e grezza come un camionista. Per tutto il giorno bevono, si drogano e cazzeggiano beatamente in un lurido pub messicano  che pare fermo agli anni ’70, con tanto di juke box (il becero e spassoso barman è Tarantino in persona!); una dopo l’altra le ragazze inseriscono rarità musicali anni ’60-’70 come il glam rock dei T Rex, il blues della più notaStaggolee dei Pacific gas and electric e soprattutto la splendida Baby it’s you rifatta in chiave blues dagli Smith che nel film è riproposta in più scene alla radio.
L’apice si tocca con il rock-blues di Down in Mexico dei The Coasters per la gustosissima scena di lap dance che una delle ragazze improvvisa per lo stuntman, ignara delle sue intenzioni. La danza è intrigante ma per niente volgare, ed è forse proprio la musica a renderla così grezza e divertente; enorme pregio di Tarantino è infatti saper delineare personaggi (soprattutto femminili) mai finti e sempre lontani anni luce da banali cliché holliwoodiani.

Spettacolare è anche la scena dell’incidente montata da quattro punti di vista diversi, ognuno per la morte di ciascuna ragazza, sulle note di Hold Tight (“tieniti forte”, un titolo a caso!) di Dave, Dee, Dozy, Becky, Mick e Tich; e come dice una delle due ragazze, anche di Pete Townshend, se solo al momento giusto avesse mollato gli Who. Una delle tante scemenze con cui Tarantino ci prende in giro, forse solo per comunicarci che gli Who gli fanno schifo.
Ed è questo movimentato pop rock molto british che ci prepara allo schianto nel crescendo di batteria finale, con gambe mozzate, corpi che volano per la strada e teste che si staccano in un mix splatter-slasher sicuramente non nuovo al buon Quentin.

E dopo alcuni mesi di “meritata” guarigione, Stuntman Mike riparte alla carica dietro a un nuovo gruppo di ragazze ancora più cazzute, che stavolta gli daranno filo da torcere. In un viaggio on the road dove si parla di ragazzi, macchine veloci e pistole, Tarantino ci bombarda di citazioni che fanno sbavare gli appassionati del genere, rimembrando film come Un mercoledì da leoni, Zozza Mary pazzo Gary, Fuori in 60 secondi (“quello vero, non quella cazzata con Angelina Jolie!”) e ovviamentePunto Zero, la cui epica Dodge Challenger del 1970 riverniciata di bianco sarà guidata dalle ragazze per vendicarsi di Stuntman Mike, in un interminabile inseguimento d’auto rapido e violento cullato dalle colonne sonore dei migliori polizieschi italiani anni ’70. La sequenza vuole evidentemente essere un riverente omaggio ai film preferiti di Tarantino, e tra sorpassi, scontri e sgommate varie siamo liberi di goderci i main themes di Gangster story, Italia a mano armata e La polizia sta a guardare, fino ad un catartico finale in cui le ragazze esultanti fanno a pezzi Kurt Russell a calci, pugni e insulti di ogni genere come fosse un pungiball.
La scena ci lascia prima sorpresi e divertiti, poi ci fa letteralmente godere coi titoli di coda accompagnati dalla vocetta impertinente di April March, cantante statunitense indie pop appassionata di musica francese anni ’60 che chiude il tutto col suo singolo più famoso Chick habit e direttamente con la sua versione francese Laisse tomber les filles.
Il testo della canzone pare un grido provocatorio contro la violenza sulle donne: “lascia perdere il vizio delle donne paparino, non sto scherzando, potresti essere picchiato”, e non potrebbe esserci accompagnamento migliore alla serie di foto falsissime di casalinghe anni ’60 sorridenti, in spiritoso contrasto con le grezzissime protagoniste, di certo lontane da un mondo tutto trini e merletti. Il messaggio di Tarantino è chiaro e ormai inflazionato, ma è il metodo ad essere efficace: meglio mostrare al mondo come sarebbero donne con le palle piuttosto che il solito tristissimo reportage di violenze subite da ragazzine innocenti e indifese.
Meno male che c’è lui a prendere a calci gli stereotipi ogni tanto.

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B/N Rosario

Grind House (Death Proof)

hold tight!

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Warren Tarantino

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