Marie Antoinette: la vita di eccessi della Blondie del ‘700

Maria Antonietta assaggia pigramente la crema di una torta ammiccando alla telecamera mentre una serva le massaggia i piedi. I titoli iniziali rosa shocking sul sottofondo di Natural’s not in it dei Gang of Four parlano chiaro: se vi aspettate un noioso resoconto storico sulla rivoluzione francese accompagnato da musica classica vi sbagliate. Marie Antoinette è un film di costume, dove i protagonisti non sono i ribelli affamati di Parigi, ma i nobili decadenti della corte di Versailles e una regina viziata quanto ingenua.
Sofia Coppola, figlia del più noto Francis Ford, vuole mostrarci i lati oscuri e i lati buoni dell’odiatissima regina di Francia, delineando un personaggio senza veli, appassionato, insolito. In due ore ripercorre la vita di Maria Antonietta dal suo pomposo arrivo a Versailles dove sposa Luigi XVI fino alla sua fuga, risparmiandoci la ghigliottina. E tutto ciò attraverso la musica. Dopo il fortunatoLost in translation la Coppola torna fortunatamente ad occuparsi per bene di colonne sonore: è infatti la musica qui a farsi voce narrante, ad esprimere la natura ribelle e incontenibile della protagonista adolescente, vittima di un’etichetta che non le è congeniale. E non possono di certo essere maestose sonate settecentesche ad accompagnare il suo personalissimo percorso. Stavolta sono le ruggenti melodie post punk e new wave, il pop anni ’80 e ’90 e un po’ di alternative a farla da padroni, insieme a pochi riadattamenti moderni di pezzi classici che quasi stonano in un quadro musico-visivo così fuori dagli schemi.
Del resto la vita viziosa dell’alta nobiltà parigina impegnata in bagordi 365 giorni l’anno non poteva che essere accompagnata da questa musica. Così la Coppola dà libero sfogo alle sue passioni musicali inserendo i toni più pop dei Bow Wow Wow con la vocetta infantile della loro cantante quattordicenne Annabella Lwin, perfettamente in sintonia con la protagonista in quanto bimbetta capricciosa e piena di soldi, a dire della regista.
La sequenza in fast-motion della loro versione di I Want Candyriesce straordinariamente in poche enfatizzate inquadrature a rendere l’idea di quale fosse il “pane” quotidiano a Versailles: mentre nei sobborghi il popolo lottava per una briciola, a sue spese poche decine di persone annegavano nello champagne, nei gioielli, nella seta, nel gioco d’azzardo e nelle candies, per l’appunto. Una vita c’entrata sullo spreco e sul vizio, orchestrata dal re apposta per tener i nobili occupati e levarseli così dai piedi.

Per una serata di ribellione, in cui la regina si imbuca letteralmente ad una festa in maschera a Parigi, la new wave si fa più dark coi Siouxsie and the banshees e il loro primo singolo Hong Kong Garden (ancora con Sid Vicious alla batteria). Al primo impatto forse un suono così moderno stride con lo sfarzo settecentesco, ma poi immediatamente si cambia opinione alla vista di un mucchio di francesi sbronzi e dediti al cazzeggio più bieco che di austero hanno poco o niente.

Sono poi gli Adam & the Ants a musicare il momento della passione con il bel generale svedese di cui la regina si innamora, insofferente al matrimonio combinato con il “povero”  impacciato e noioso Luigi XVI. I pirati del post-punk, vestiti da niente poco di meno che Malcolm McLaren e signora, conKings of the wild frontier portano tutta la freschezza e irriverenza del punk alla corte di Versailles con un sottofondo di tamburi africani, ritmi e cori indio-americani e grida di pirati all’attacco, accompagnamento selvaggiamente adatto a questa esplosione di libertà della protagonista.
I The Strokes con What ever happened? scortano invece la regina nei momenti più tormentati della separazione forzata dal suo amante, prigioniera di una realtà da cui non può scappare e vittima della sua posizione di importanza: in fondo non vorrebbe altro che fuggire dalla sua reggia per essere lasciata in pace come Julian Casablancas invoca disperatamente.
E mentre la rivoluzione dilaga e la vita comincia a scorrere monotona e senza significato persino per lei, si fanno immancabilmente spazio i The Cure, coi loro toni malinconici e sognanti, che silenziosamente chiudono il sipario sulla sua camera da letto distrutta dalla furia rivoluzionaria dei parigini affamati. Qui l’inquadratura finale ci sveglia quasi da un torpore durato tutto il film per ricordarci con un tocco di grande finezza e molto poco Holliwoodiano che cosa realmente stava capitando mentre a Versailles ci si godeva la vita. E nonostante tutto, la regina bambina ancora non riesce a starci antipatica.
La domanda arriva spontanea insieme ai titoli di coda e alla dolcissima All cats are grey dei The Cure: cosa avremmo fatto al posto della regina? Se è vero quello che dicono i The cure parafrasando il famoso proverbio “in the night, all cats are grey” (in italiano, nella notte tutte le VACCHE sono nere) nonché pensatori come Hegel, Shelling e Marx, allora la Coppola ci vuole far riflettere su quanto sia difficile giudicare la complessità e contraddittorietà del mondo e dunque la relatività dei bisogni umani.
E allora forse in fondo in fondo, può farci quasi sorridere l’ironica risposta che Maria Antonietta avrebbe dato ai giornali parigini: “se i sudditi non hanno pane, che mangino le brioches!”

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L’hangover secondo Versailles

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I want candy

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Swedens do it better

Post punk party

(18/09/2011)

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