Goblin: il successo segnato da un sodalizio d’Argento

di Isabella Parodi – Molti trovarono la buona stella nei grandi 70s, anni di intense sperimentazioni musicali e visive che produssero una generazione di compositori e registi per la prima volta davvero consapevoli del potenziale dell’unione di musica e cinema; però mai il rapporto fu così intenso come tra Dario Argento e i Goblin. Con loro, progressive, elettronica, jazz, funk e psichedelica divennero il nuovo modo di musicare il cinema del brivido.
Il gruppo (con la formazione originaria di Simonetti alle tastiere, Fabio Pignatelli al basso, Agostino Marangolo alla batteria e Massimo Morante voce e chitarra) dopo un mite, quasi freddino tentativo di successo in Inghilterra, deve tutto alla provvidenziale chiamata di Dario Argento, che nel ’75 cercava la giusta atmosfera in cui immergere le strade di Torino per il suo nuovo giallo-horror Profondo Rosso. Cosa mai vide Argento in quei giovani quando decise di tradire un mostro sacro come Ennio Morricone, fino ad allora autore delle colonne sonore di ogni suo film? La risposta sta nell’arpeggio ossessivo come un incubo di Simonetti, nel basso di Pignatelli duro come un pugno nello stomaco e nella cupissima sonata d’organo finale, che resero Profondo Rosso un vero cult.
Con l’aiuto iniziale del jazzista Gaslini che dopo pochi mesi si chiamò fuori, i Goblin composero il tema principale, più Death dies, godurioso esempio di progressive funk molto movimentato e soprattutto Mad Puppet, sottofondo delle scene girate in collina, in cui Pignatelli ci stende con un basso sordo, ipnotico, da brivido.
Quell’anno Dario Argento diventò così famoso da far tremare Hitchcock sulla sua poltrona, i Goblin ottennero il disco d’oro e Profondo Rosso è tutt’ora l’album italiano più venduto al mondo.

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Piazza CLN a Torino – Profondo Rosso

Due anni dopo Argento ci vede di nuovo giusto: riporta a galla i Goblin dal temporaneo insuccesso dell’album Roller, adattando il suo primo horror alla loro colonna sonora già pronta. Tenta il secondo colpaccio e ci riesce. Suspiria esce nel ’76 inaugurando l’interessante quanto emarginato genere dell’horror che spaventa attraverso i suoni, con effetti sonori terrificanti uniti ad un gusto visivo unico.
La suspense sale ad un livello superiore: un assillante motivetto intriso di cupi ronzii e violini stridenti, sussurri spaventosi e ritmi orientaleggianti avvolge le scene pre-delitto fino all’esplodere di lunghi e virtuosistici assoli prog di chitarra nei momenti più splatter. La musica non è più lì per illudere lo spettatore, ma lo travolge palpitante regalandogli l’orrore promesso. Suspiria è sicuramente l’album più sperimentale, ispirato e d’avanguardia della loro carriera, per molti anche meglio di Profondo Rosso.

Di nuovo nel ‘78 all’uscita di Zombi è Argento a presentare i Goblin al collega regista George Romero, padre di tutto il filone horror dei morti viventi, per il quale produce il film. Romero strappa gli spartiti della noiosa vecchia colonna sonora e riadatta la pellicola ad un nuovo soundtrack cupo, rabbioso, veloce, in contrasto con il lento procedere dei morti viventi del film; i Goblin ancora una volta sono la ragione del successo di una pietra miliare dell’horror, ma da quel momento inizia la discesa.
Mentre Dario Argento affida il suo fortunatissimo Inferno al talento di Keith Emerson, i Goblin escono col nuovo LP Il Fantastico Viaggio del Bagarozzo Mark che non ottiene il successo che merita, e si sciolgono, dimostrando per il momento di non poter sfondare da artisti indipendenti.
All’uscita di Tenebre, che stavolta di horror ha poco o niente, la primissima formazione si riunisce per Argento pubblicando una colonna sonora estremamente progressive con tocchi di dance ed elettronica che danno vita ad un mix non spettacolare come prima ma sempre piacevole.
Il gruppo al completo si riunirà solo più nel 2000 per la musica di Non ho sonno, dove a perdere colpi non sono loro ma Argento, ormai in caduta libera nel continuare con ostinazione a far uscire banali psico-thriller o ghotic horror di dubbia qualità privi del fascino di una volta.
Ormai solo più uscite di greatest hits o qualche reunion ci permettono di riascoltare i vecchi Goblin al completo, mentre Simonetti è l’unico a restare fedele al fautore del suo successo, componendo per i mediocri Il cartaio e La terza madre.
Ed ora tastierista e regista hanno in cantiere un preoccupante Dracula 3D che già dal titolo non promette nulla di buono. Ci fidiamo?

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Primo delitto in Suspiria

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